Memorie d’archivio e post-verità: la Sicilia settecentesca ne “La Rosa Inversa” di Maria Attanasio
Ciò che resta scritto non resta mai com’era. Il tempo piega, confonde i suoi confini, mutando respiro in altra mano.
Maria Attanasio, La Rosa Inversa
Selezionato tra i semifinalisti del Premio Strega, l’ultimo romanzo di Maria Attanasio, La Rosa Inversa (Sellerio, 2026), accompagna il lettore nella Sicilia del Settecento dove, nel pieno dello scontro tra le istanze di rivoluzione e di uguaglianza sociale promosse dall’Illuminismo e la resistenza dell’aristocrazia e del clero, prende forma la vicenda del barone Henares e della loggia massonica La Rosa Inversa.
Se la scrittura poetica rappresenta il punto di partenza della produzione letteraria di Attanasio – come testimoniano raccolte quali Amore elementare (ECI, 1976) e Nero Barocco Nero (Salvatore Sciascia, 1985) – solo agli inizi degli anni Novanta l’autrice approda alla narrativa con il romanzo d’esordio Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile (Sellerio, 1994). Fin dalle prime opere, è la Sicilia e soprattutto Caltagirone – sua città natìa, celata nei romanzi dietro il nome di Calacte – a emergere come fonte principale del suo immaginario poetico e narrativo. Così Attanasio descrive il legame profondo che la unisce alla città:
Quando l’attraverso sento una sorta di oscura deriva risalire dai carruggi, dalle chiese, dei palazzi: la pressione sotterranea di un popolo di immemori che chiedono di oltrepassare le barriere del silenzio, raccontarsi. L’appartenenza alla sua circoscritta spazialità, pulsante di storia, di storie, è infatti all’origine di tutta la mia scrittura. Delle metafore della mia poesia. Delle microstorie di vissuto delle mie narrazioni.
https://mariaattanasio.it/
L’autrice si colloca dunque nel solco della tradizione narrativa siciliana – Sebastiano Addamo in particolare è per lei «maestro di vita e scrittura» –, e porta alla luce nei suoi romanzi le storie dimenticate del suo «popolo di immemori», sottraendo all’oblio vicende rimaste ai margini della Storia. Già nel suo primo romanzo, Attanasio parte da un breve documento d’archivio per raccontare la tragica vita di Francisca, una giovane donna siciliana che, in seguito alla morte del marito, si scontra con una società in cui l’autonomia femminile è del tutto negata. Nelle opere dell’autrice siciliana si avverte inoltre l’influenza di alcune tra le più importanti scrittrici del Novecento, tra cui spicca Marguerite Yourcenar, suo punto di riferimento privilegiato.
In continuità con la precedente produzione dell’autrice, La Rosa Inversa si presenta come un romanzo storico che recupera un episodio apparentemente dimenticato della storia di Caltagirone: l’efferato delitto commesso da un nobile ai danni di un predicatore.

Sul finire dell’Ottocento, durante la stesura di un trattato dedicato alla città siciliana di Calacte, il cavaliere Giacomo Flerez entra in possesso di un opuscolo intitolato Relazione dell’enorme delitto e della seguita giustizia, che documenta l’uccisione di un predicatore per mano di un «sacrilego gentiluomo» il 2 aprile del 1790. Temendo che questa vicenda possa «inquinare l’immagine della città, esemplare per onestà e buon governo», Flerez progetta inizialmente di eliminarla dai registri. La scoperta di una stanza segreta nel Palazzo Henares, ereditato al termine di un lungo procedimento giudiziario, lo costringe però a fare i conti con quella pagina dolorosa della storia di Calacte. Infatti, nella stanza, priva di finestre e accessibile soltanto da una botola, il tempo sembra essersi fermato al Settecento. Oltre ai libri dei principali esponenti dell’Illuminismo europeo e ad alcune insegne massoniche, Flerez scopre un diario chiuso da una serratura che rivela un testo intitolato La Rosa Inversa, accompagnato in epigrafe dalla citazione latina: «Sub rosa dicta velata est»: «Ciò che si dice sotto la rosa è segreto». Sul frontespizio compare il nome del barone Ruggero Henares, antenato del cavaliere e antico proprietario del Palazzo. Flerez si addentra nella lettura del diario immergendosi così, pagina dopo pagina, «nell’abisso morale del secolo dei Lumi».
È l’autrice stessa a svelare l’occasione da cui è scaturita l’idea del romanzo. A fine anni Novanta, Attanasio si imbatte all’interno della Biblioteca Comunale di Caltagirone nella Relazione dell’enorme delitto. Al termine di una lunga ricerca che l’ha condotta fino all’Archivio di Stato di Napoli, l’autrice è costretta a riconoscere la natura fittizia dell’episodio riportato. Il documento si presenta infatti come una testimonianza significativa dei testi apocrifi diffusi dalla propaganda settecentesca, concepiti con l’obiettivo di rappresentare in chiave negativa il clima morale del secolo e di scoraggiare ogni forma di adesione ai moti rivoluzionari francesi. La vicenda, che Attanasio mette inizialmente da parte per la sua inattendibilità, viene recuperata anni dopo per il valore esemplare che può assumere nel dibattito contemporaneo dominato, come osserva l’autrice, dalla post-verità. Nel romanzo, l’autrice riflette infatti sul rapporto tra memoria e potere, mostrando come quest’ultimo possa manipolare la memoria storica al fine di piegarla ai propri interessi. Risulta in questo senso emblematica la figura dell’esoterista Giuseppe Balsamo, conosciuto con il nome di Cagliostro, vittima di una narrazione propagandistica volta a diffonderne un’immagine denigratoria. Tra le poche fonti sulla sua vita si annovera infatti il Compendio della vita e delle gesta di Giuseppe Balsamo denominato il Conte Cagliostro, una «stampa oscenissima» pubblicata con evidenti intenti propagandistici dalla Reverenda Camera Apostolica di Roma a seguito della sua condanna per eresia. La vicenda processuale di Cagliostro e la stesura della Relazione diventano così esempi dei meccanismi attraverso i quali i cosiddetti «declamatori della paura» contribuivano – e continuano a contribuire – alla creazione di un nemico comune, alimentando la paura sociale e modellando la memoria collettiva.
Nel romanzo, accanto a personaggi fittizi, come il barone Henares, compaiono anche figure storiche realmente esistite, come il già citato Cagliostro; in altri casi, l’autrice riprende nomi storici per affidarli a personaggi privi di corrispondenza reale, come nel caso dell’uomo-ombra di Cagliostro, Angelo Michele. Questo intreccio tra elementi storici e invenzioni narrative – cifra costante nella poetica dell’autrice – si fonda su un rigoroso lavoro documentario: nella sezione Personaggi, libri, citazioni sono riportate con grande precisione filologica le fonti documentarie utilizzate per la stesura del romanzo. L’attenzione documentaria di Attanasio non si traduce tuttavia in disinteresse per la dimensione umana dei suoi personaggi. Nel romanzo, infatti, l’autrice si sofferma sulle loro fragilità e incertezze: sono esseri umani posti di fronte a eventi storici che ne determinano il destino. In questo quadro si inserisce la tormentata storia d’amore tra Amalia e il barone Henares. In un contesto segnato da rigide regole morali, in cui colpa e peccato – soprattutto per le donne – strutturano i rapporti sociali, il legame tra i due viene ostacolato dal peso del giudizio collettivo e dai limiti imposti dal controllo sociale.
Ne La Rosa Inversa, attraverso una scrittura densa che unisce ricostruzione storica e tensione poetica – e che non rinuncia a occasionali incursioni del dialetto –, Attanasio interroga eventi del passato per offrire una nuova chiave di lettura della contemporaneità. In questa prospettiva, la Sicilia dei Lumi, teatro di conflitti ideologici, si configura come spazio privilegiato in cui la riflessione dell’autrice trova piena espressione. «Riscriverlo come andava riscritto, quel passato traditore»: questa la conclusione a cui giunge il cavaliere Flerez, consapevole che la Relazione costituisce una minaccia per l’immagine edulcorata di Calacte che egli cerca di restituire nella sua Grande Opera. Un’affermazione che si rivela in tutta la sua attualità in un’epoca in cui il confine tra memoria e costruzione della verità appare sempre più fragile.
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