Vedove di Camus: il ricordo femminile di un amore normale
Un articolo di Anna Rivoltella
“Le ha amate tutte, a suo modo […]. Amate come un uomo, con la vanità di un uomo, l’egoismo di un uomo”.
Quest’uomo è Albert Camus, figura magnetica e contradditoria e il romanzo di Elena Ru, pubblicato da L’orma (2025) e proposto al Premio Strega 2026 da Lisa Ginzburg, racconta le quattro donne legate alla sua idea libera e indomita dell’amore, ad un sentimento che, in un freddo giorno d’inverno, le ha rese vedove.

Un libro che merita di vincere non solo perché mostra uno degli scrittori più affascinanti del secolo scorso in una veste più umana, lontana dall’immagine idealizzata consegnata dalla prospettiva artistica. Il taglio più interessante scelto da Rui, infatti, non sta tanto nell’ennesimo commento sull’ecletticità del soggetto narrato, quanto nella difficile possibilità offerta al lettore di rimanere in bilico tra due visioni: da una parte quella maschilista – ma purtroppo estremamente realistica – che riduce le donne abelle dame cadute ai piedi dell’artista potente, destinate a viveresoltanto nel riflesso della sua identità; dall’altra, una prospettivameno maschiocentrica, capace invece di restituire dignità di soggetti narrativi, alle vere protagoniste del libro: le donne.
Il fatto che abbiano in comune la perdita dello stesso amante diventa certo un’occasione per aggiungere nuove sfumature al ritratto di Camus; eppure il centro del romanzo resta altrove: nelle vedove, nei modi personalissimi con cui ciascuna affronta il lutto e continua a fare i conti con l’amore per un uomo complesso, tanto ammirabile sul piano artistico quanto comprensibilmente detestabile su quello personale.
La scomparsa: il 4 Gennaio 1960
Quando Camus parla di assurdo sembra padroneggiarlo: crede di aver individuato la prospettiva più lucida da cui guardare il mondo, la più realistica per accettare l’esistenza. Eppure, nell’ultimo istante della sua vita, sarà proprio il suo dio laico aducciderlo: l’assurdo. Il filosofo sostenuto che la morte più beffarda fosse quella provocata da un incidente stradale; ed è superfluo ricordare che proprio questa fu la sua fine. Quel cerchio che si chiude – l’uomo che teorizza l’assurdo e l’assurdo che interrompe per sempre la sua parola – resta forse una delle vicende filosofichepiù iconiche della letteratura.
Il destino attende una Facel Vega FV 3B il 4 gennaio 1960 lungo una strada della Borgogna, tra Champigny-sur-Yonne e Villeneuve-la-Guyard. In quella macchina viaggiano Albert Camus, Michel Gallimard, suo editore e amico, e la figlia adolescente di quest’ultimo, Anne. Dopo lo schianto contro un platano, solo la ragazza sopravvive: Camus muore sul colpo, Gallimard pochi giorni dopo. Quel giorno il mondo piange; Parigi resta da un lato incredula davanti alla notizia, dall’altro già in fermento su cosa indossare al funerale e su quali frasi pronunciareper fare bella figura sulla tomba dell’amico, del collega, del rivale.
Al lutto pubblico, vissuto da lontano, si contrappone un lutto più intimo e vicino. Se Parigi ha perso il suo invidiato premio Nobel per la letteratura, c’è una donna che ha perso, insieme a un amore, il padre dei suoi figli. Ma Francine non è l’unica ad aver perso il proprio amore, perché Camus “non può amare fra le lacrime, ma solo nell’esaltazione sensuale. I pianti di una moglie, di una palla al piede depressa, possessiva, incapace di vivere per se stessa, i suoi pianti erano stati dunque per lui la morte dell’anima, la desolazione, il peso dell’esistenza!” (17).
È con parole di questa dolcezza che Camus descrive la moglie; ed è da quell’insofferenza coniugale che prova a fuggire attraverso il rapporto, vivificante e necessario, con tre donne: Mette Ivers, Catherin Sellers, Maria Casarés. Definirle amanti, però, forse è un eufemismo, una riduzione; o più probabilmente è insensato cercare una gerarchia nei rapporti amorosi intrattenuti da un uomoche, per quanto irrisolto, resta ostinatamente libero, in fuga dalle dinamiche borghesi che amano incasellare i ruoli.
L’eleganza femminile e la dignità nel dolore: superare la gelosia con l’incontro
La narrazione tesse le fila dell’anima di ciascuna donna,colorandone le gelosie, le invidie, ma anche la dignità, la nobiltà e l’eleganza; e lo fa lasciando sullo sfondo, come una sagoma vuota,l’uomo che hanno amato.
Nel ricordo di un amore mancato, nel tentativo di andare avanti, ciò che si delinea durante la lettura non è un ritratto più vivido di Camus, ma l’identità autonoma di ciascuna vedova. Aspettarsi che il libro parli solo di lui attraverso lo sguardo di quattro donne significa forse credere ancora a una cultura in cui le donne restanodame dell’uomo, figure senza statuto autonomo né luce propria. Rui, invece, rovescia la prospettiva: Camus è il dolore che trafigge, il vuoto attorno a cui tutto su muove, ma la storia è loro. È una storia di donne, di identità; non legittimate dall’essere statescelte da un grande scrittore, ma interessanti perché finalmente guardate per ciò che sono. È forse questa la sfida più difficile del romanzo, e non è un caso che sia stata raccolta proprio da una scrittrice.
È difficile liberare lo sguardo quando si è innamorate; ancora più difficile, forse, è guardare con lucidità un uomo che sembra potersi permettere tutto. Perché in questa società accade spessoche sia proprio l’uomo a poter essere “Un tirchio con Francine, un galoppino con Maria, un egoista con i figli, un ipocrita con la madre, un donnaiolo con tutte”, continuando comunque a essereamato, assolto, perdonato nella sua più svergognata versione, non da una sola donna, ma da quattro.
Prima di presentare le quattro (mal)capitate nella biografia sentimentale di Camus, vorrei sottolineare un dettaglio che rende omaggio a una forma di solidarietà femminile implicita, sottesa, a volte difficile eppure ineliminabile. È una solidarietà che lega le protagoniste prima ancora di dividerle, e che, quando emerge,irradia il racconto di un’eleganza quasi inesorabile. Si avverte una certa altezza morale nel gesto di Maria Casarès, l’amante definita “l’Unica”, – definizione forse necessaria solo a distinguere le relazioni –, che attende la morte di Francine per rendere ufficiale il suo legame con Albert. Le sembrava irrispettoso, infatti, rubare alla moglie il ruolo di vedova: “Casarès si sentiva per la prima volta legittimata a rendere pubblica la sua relazione con Camus. Francine ha chiuso gli occhi in un mondo in cui il ruolo di legittima consorte, di cui si è riappropriata con la vedovanza, non le era conteso”.
Mi sembra impossibile non riconoscere un certo candore in questo gesto. Rinunciare a rivendicare il possesso emotivo di un uomocosì celebre e autorevole significa sottrarsi al gioco delle apparenze, dei ruoli sociali, della reputazione e della competizione. Alla morte di Camus, le sue amanti avrebbero potuto rendere pubblico il proprio dolore, reclamare attenzioni e persino una forma tardiva di legittimazione. Maria, invece, sembra mettere al primo posto, la comprensione del dolore di Francine: una moglie che, in vita, aveva compreso il bisogno che Camus aveva di lei, e che nel momento più difficile riceva dall’amante più temuta il riconoscimento di una verità dolorosa, nessuna delle due ha posseduto per intero il cuore di quell’uomo. È possibile, però, anche una lettura: Maria Casarès, talmente sicura di essere “l’Unica”, potrebbe aver guardato con pietà le lacrime della moglie, lasciandole il ruolo di compagna ufficiale di Camus più per indulgenza che per rispetto. Spetta al lettore decidere che sguardo assumere. Da donna, però, credo che davanti alla morte la solidarietà sia l’unica rivendicazione possibile.
La legge, l’arte, la gioventù, la cura: quattro donne per i bisogni di un uomo qualunque
La legge e l’arte: Francine e Catherine
Credo che la regola, l’ispirazione artistica, il desiderio di immortalità, il bisogno di affetto siano un buon riepilogo dei punti cardinali del desiderio amoroso di Albert Camus. Non so spiegare nemmeno io, nata come amante della sua filosofia dell’assurdo, come sia possibile definire Camus uomo qualunque; eppure è uno sforzo necessario, se si vuole rendere più viva e più vera la sua riflessione, proprio perché prodotta da una persona normale, concreta, con le sue ossessioni e le sue vergogne.
È sempre sconvolgente ricordarsi che dietro alcune delle pagine più belle del Novecento, dietro personaggi tra i più parigini mai descritti – si pensi a Clamence de La Caduta – si cela un uomo che il giorno prima poteva aver litigato col figlio Jean, o passato la notte in bianco per scrivere di nascosto dalla moglie una lettera all’amante che lo teneva in pugno.
Ma se le protagoniste sono accomunate dall’amore per Albert, Albert stesso vive con e grazie a ciò che loro gli hanno dato. Per quanto brillante, Camus rimane un uomo in ogni senso: accomunato al resto dell’umanità in quanto essere umano, e forgiato dall’amore femminile in quanto uomo. Non avrebbe scritto ciò che ci ha lasciato se non fosse stato anche per loro; sicuramente, non lo avrebbe scritto proprio così. La chiave straordinaria del racconto sta allora nel mostrare che si può parlare di geni e divinità quando si affronta l’arte, ma che, davanti alle cose umane, concrete, non estetizzate, tutti gli uomini sono uguali di fronte all’amore. La passione non conosce status, né tempo, né spazio.
La prima figura che emerge è Francine Faure, moglie e compagna fedele di una vita: una donna che, amando Camus con ogni parte del suo cuore e della propria morale, sembra non poter far altro che restargli devota. Per non perderlo, Francine impara agiustificare e accettare in sé tutte le evasioni del marito. Lei ha cresciuto i gemelli, Catherine e Jean; e sempre lei, dopo l’incidente, vuole che il manoscritto trovato nella valigia di Camus resti privato. Solo più tardi, per volontà della figlia, quelle pagine verranno pubblicate con il titolo de Il primo uomo.
In quanto compagna ufficiale, Francine è l’unica a non poter vivere il lutto in modo davvero privato: su di lei pesa l’aspettativa dei media, che vedono nella moglie la persona più vicina a Camus. Non le spetta soltanto il dolore della perdita, ma anche il compito di sistemare le carte e appunti di Albert, di decifrarne la grafia, di salvare il manoscritto; e tutto questo sapendo che, in quella stessa eredità, il marito ha lasciato più prove d’amore alle altre donne che a lei. Alla fine del lavoro le sembrerà di “aver messo insieme qualcosa di autosufficiente, benché incompiuto”.
Il lavoro filologico giunge così al termine, rivelando le stesse caratteristiche del suo matrimonio: stabile, ma non soddisfacente. Per Albert. Francine lo sa. Lei non ha mai desiderato altri uomini, perché era fatta così, dice, voleva suo marito e basta. Lui voleva a volte lei e, soprattutto, le altre. Ma a Francine non importa, o forse importa moltissimo senza cambiare nulla: gli vuole bene sopra a ogni cosa. Francine era la legge del matrimonio, la forma, il contratto, il dovere; una regola che Albert amava trasgredire, sapendo che non sarebbe mai stato punito.
L’arte prende, invece, il volto di Catherine Sellers: attricebrillante, la più possessiva e forse anche la più ingenua. Alla fatica del lutto nascosto si aggiunge, per lei, la scoperta tardiva che le attenzioni di Albert non erano rivolte solo a lei. Da qui nasce una gelosia vendicativa, che Catherine tenta di tenere sotto controllo. In particolare nei confronti di Mette, contro la quale vorrebbe scagliarsi, per ribadirle di essere lei la più speciale, lei ad avervinto. Eppure riesce a trattenersi: “l’amore che lei, l’infallibile Sherlock Holmes, prova per Albert Camus sarà sempre più forte di quello della bambolina danese”.
Mette è una giovanissima pittrice di origini danesi, che Camus vuole conquistare per il puro piacere di piacere: ha bisogno diessere sicuro di poter sedurre ancora. In questa dinamica così umana – il trasporto verso la conquista, ma anche la paura che quel potere finisca – affiora qualcosa di più profondo: la paura della morte, della fine, e dunque il desiderio di immortalità che la vicinanza di una ragazza così giovane sembra promettere. Conquistare Mette significa avvicinarsi a un’estremità del tempo ancora protesa in avanti, a una vita che ha tutto davanti e quasi nulla dietro. Infatti Mette “sa cosa ha offerto ad Albert Camus: la venerazione ingenua che si prova una sola volta nella vita e che di certo lui aveva già ricevuto, ma a cui non pensava di poter anelare di nuovo, prima della vecchiaia e della morte”. Da qui emerge ilsottile uso strumentale che Camus faceva delle donne nelle sue relazioni, retaggio di una presunta superiorità maschile ancora profondamente inscritta nelle dinamiche amorose. Nonostante tutte e quattro le protagoniste fossero donne di grande talento, arte, impegno e intelligenza, “Albert invece aveva bisogno di ammirare per amare e non nutriva mai nessuna forma di competizione con le donne che frequentava”. Ma questa mancanza di competizione è tipica di chi, in fondo, non si considera nella stessa gara.
La gioventù, la cura: Mette e Maria
Mette è la vivacità del desiderio, sempre rinnovabile e vivo.Rimane anche lei in silenzio per rispetto della moglie e degli altri amori di Camus; non è gelosa delle altre perché sa che il desiderio, per rimanere tale, non deve chiudere, ma aprire. Catherine si avvicinerà durante il lutto alle altre vedove, superando quella voglia di vendetta che si spesso si nasconde nel dolore e che si spegne al primo sguardo di comprensione. Inquesto ricongiungimento si vede come la gelosia sia, in fondo, un sentimento a distanza: è paura di ciò che non si conosce, di ciò che non si è, e che proprio per questo si immagina superiore a noi. Quando l’ignoto ci guarda negli occhi e in quello sguardo si riconosce la stessa sofferenza, però, è quasi impossibile temerlo;viene naturale, piuttosto, avvicinarlo. Qui sta la magia del femminile. Amando lo stesso uomo, queste donne finiscono per riconoscersi nelle stesse ferite. E di fronte al dolore ingiusto della morte, non resta che affermare che “la rivolta è cosa umana, il mondo è semplicemente sordo”.
Maria Casarès, invece, è l’ultima donna del romanzo e l’Unico amore di Camus, per quanto il concetto di unicità abbia già rivelato tutto il suo relativismo nei sentimenti di Albert.
“Si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna, il cuore ha più stanze di un bordello”, scriveva Gabriel Garcia Marquez; e il cuore di Camus sembra ospitare sinceramente tutte queste donne. Una,però, si può forse azzardare a dirlo, fu la più importante: di leiresta la lunga corrispondenza raccolta in Saremo leggeri, dove l’amore tra Maria e Albert attraversa luoghi e tempi, presenza e assenza. Lei è la cura, l’affetto, l’amore che più si avvicina all’assoluto, se proprio bisogna rintracciare una forza totalizzante nel sentimento amoroso di Camus. Maria è anche l’unica ad averlo rifiutato, almeno per un breve periodo; forse la prima ad aver sfidato quella sua presunta, inconscia sensazione di superiorità e di controllo sull’amante. Dopo la morte di Albert, sceglie di affrontare il lutto in solitudine, in una tenuta di campagna fuori Parigi. Non ha bisogno di esibire il proprio dolore, perché sa che “quando ci si è amati profondamente, non si è mai più soli”.
“Tagliare nel vivo, finire prima della fine”
Albert consacra con la sua scomparsa il modo che aveva trovato, in vita, per “far durare l’istante: tagliare nel vivo, finire prima della fine”. Così Camus interrompeva bruscamente le sue frequentazioni amorose: per conservare intatto l’ardore della frenesia desiderante, per sottrarre l’amore alla sua naturale consumazione. Aveva capito che i finali inaspettati sono quelli che consacrano il tempo goduto e condiviso: uscire di scena senza addii e senza premesse, troncare il flusso: ecco cosa riaccende. Giocare con i sensi è tutto ciò che rimane in nostro potere, una volta compreso che “l’uomo progetta e dio ride. Ride della certezza che ci sarà un altro pranzo insieme martedì, che l’inverno stia per finire e che si debba decidere la destinazione del loro prossimo week-end primaverile fuori Parigi. Ride dei dubbi e delle gelosie, della paura d’invecchiare e di non piacere più, del timore di deludere o di stancare”. Il libro parla di un uomo disperato che dalla consapevolezza dell’insignificanza esistenziale e dell’ingiustizia del caso ricava il coraggio di vivere una vita piena: amare senza paura, scrivere per bisogno, vivere per la rivolta. Leggere Vedove di Camus permette allora di relativizzare gli idoli, di separare l’arte dall’artista, di ricondurre alla concretezza la vita di una mente che sembra pensare al di fuori del particolare. Il racconto descrive quattro donne –amanti, vedove –costrette a trovare un modo, da sole e in comunanza, per andare avanti dopo una morte assurda. Un concetto che probabilmente avevano sentito narrare da Camus in persona, ma la cui attualizzazione non poteva avere nulla del fascino della teoria. Il ricordo di donne innamorate restituisce Camus a questo mondo , lo umanizza, mentre la sua filosofia tende a cristallizzarlo tra igeni del Novecento. Forse non c’è cosa più importante, in arte, che separare l’uomo dal suo creato.
Non sempre la tragedia è una lezione. Nessuno sceglierebbe disoffrire solo per diventare più saggio: il dramma accade senza essere voluto, e da questo, forse, “non impariamo niente, a parte, forse, una forma di pazienza e di distacco: acquisiamo la consapevolezza che troppe cose non dipendono dalla nostra volontà.”
Cit, Vedove di Camus, Elena Rui, 2025
![]()
Potrebbe anche piacerti
Euforia di Elin Cullhed – Recensione Premio Strega Europeo 2022
Settembre 7, 2022
“LA PORTALETTERE” DI FRANCESCA GIANNONE – RECENSIONE
Febbraio 5, 2025