Vedere ciò che gli altri non vedono. Lo Sbilico di Alcide Pierantozzi
Che cosa accade quando la realtà narrata coincide perfettamente con quella vissuta dal soggetto, ma appare del tutto estranea agli altri personaggi e ai lettori? È attorno a questa frattura percettiva che si basa una delle questioni centrali delle strutture epistemologiche della società occidentale, ossia il rapporto tra realtà e finzione quando l’esperienza di un soggetto affetto da psicosi o disagio psichico entra in conflitto con la realtà condivisa da tutti gli altri.
Troviamo una possibile risposta a questo interrogativo, o quantomeno una riflessione su di esso, ne Lo Sbilico (Einaudi, 2025) di Alcide Pierantozzi, uno dei libri più apprezzati e chiacchierati del 2025, come dimostrano la vittoria del premio Bergamo, il sesto posto nella Classifica di Qualità de La lettura per il 2025, il primo posto nella Classifica di qualità de L’Indiscreto per il mese di settembre 2025 e i toni entusiastici con cui ne hanno parlato giornalisti, recensori e addetti ai lavori del mondo editoriale.
Alcide Pierantozzi ha esordito clamorosamente nel 2006 con Uno in diviso, un testo che sembrava spalancare all’autore le porte di una carriera da enfant prodige della letteratura italiana. Successivamente Pierantozzi si è costruito una carriera solida, senza dare mai l’impressione di poter tornare a scrivere qualcosa al medesimo livello del folgorante esordio.
Il 15 aprile del 2024, però, Pierantozzi pubblica su Lucy un racconto dal titolo Fare palestra per non impazzire, un breve testo in cui, traendo materia narrativa dalla sua vita, dai suoi disagi e dal suo dolore, racconta in maniera lucida e inedita la malattia mentale e le crisi psicotiche, il suo rapporto con medici e medicinali, con sessualità e droghe e la sua complicata relazione famigliare con madre e padre, tutti nuclei tematici che, come si vedrà a breve, torneranno ne Lo Sbilico.
Immediatamente dopo l’uscita e il successo del pezzo, Pierantozzi racconta di essere stato contattato da diversi editori e di avere infine accettato l’offerta di Einaudi di estendere il racconto e trasformarlo in un romanzo.
Lo Sbilico dunque è un romanzo autobiografico il cui centro è una narrazione spudorata della condizione mentale dell’autore che, attraverso una qualità letteraria finissima, elimina ogni forma di morbosità e di autocommiserazione. Lo Sbilico, infatti, è un racconto in presa diretta delle giornate dell’autore durante un periodo di villeggiatura a San Benedetto del Tronto, un racconto privo di qualsiasi forma di vittimismo o di richiesta di pietà o di consenso da parte dei lettori.
Pierantozzi sceglie infatti una prospettiva narrativa che intreccia il racconto della crisi con la storia del suo rapporto con i genitori, della sua sessualità e dell’esercizio fisico come gestione della quotidianità e della psicosi, tentando di mostrare come la malattia non sia mai un fatto puramente individuale, bensì una forza che investe i legami, li deforma e talvolta li distrugge. Questa scelta ha una precisa conseguenza argomentativa: la follia non viene presentata come un’alterità assoluta, separata dalla vita “normale”, ma come qualcosa che emerge e agisce all’interno delle stesse strutture affettive che organizzano l’esistenza di tutti.
Allo stesso tempo, vi è il rifiuto di ogni romanticizzazione della malattia. Pierantozzi non indulge mai nella retorica della sofferenza come fonte privilegiata di autenticità. Al contrario, Lo Sbilico insiste sul carattere distruttivo delle crisi, sulla perdita di controllo, sulla vergogna e sul senso di colpa che seguono l’euforia. Anche quando il racconto restituisce l’intensità quasi seducente della fase maniacale, lo fa lasciando emergere, in filigrana, il prezzo che quel senso di onnipotenza euforica comporta per sé e per gli altri.

Al netto di questi nuclei tematici, ciò che rende davvero interessante l’operazione di Pierantozzi, però, sono a mio avviso le due tecniche narrative principali attraverso cui prende vita il romanzo.
Da un lato, infatti, l’autore adotta uno stile spesso complesso, talvolta barocco, artefatto e stratificato che, come ha spiegato lo stesso Pierantozzi, non è semplicemente legato ad una ricerca artistica ma nasce da un’esigenza pratica.
Per l’autore, infatti, le parole hanno una funzione decisiva nella costruzione del pensiero e della scrittura. In questo senso Pierantozzi, per scrivere un’intera pagina, ha bisogno di partire da una singola parola, molto spesso desueta e ricercata, che funge da nucleo lessicale e tematico attorno a cui edificare tutta quanta la narrazione.
Pierantozzi dunque sceglie sia parole che gli sono proprie da tutta la vita sia termini sofisticati, consultando diversi dizionari che fungono da strumenti attivi della scrittura e, contemporaneamente, da oggetti tematici del racconto (come nell’episodio molto toccante del ritrovamento di un dizionario dei sinonimi e dei contrari).
Allo stesso tempo, questo procedimento stilistico non solo emerge nella lettura ma diventa strumento di validazione del racconto. Lo stile complesso e ricercato di Pierantozzi risulta infatti per i lettori anche una messa in narrazione della neurodivergenza dell’autore, costretto a questo procedimento di scrittura del tutto peculiare per poter portare a termine il racconto. Lo stile, dunque, finisce per essere un rispecchiamento estetico di quanto raccontato nel testo, rafforzando il patto di lettura tra autore e lettori.
Dall’altro lato, vi è un secondo procedimento narrativo altrettanto interessante perché in grado di costruire un rapporto epistemologico forte con i lettori.
A questo proposito, Pierantozzi, nella nota finale, scrive:
Questo libro è stato scritto in presa diretta, quasi come un diario di bordo della malattia, e racconta una verità molto spesso alterata dai farmaci e dai miei scompensi emotivi. La descrizione di alcune persone e delle loro condotte, degli ambienti che frequento o dei miei comportamenti in rapporto ai medici, è la conseguenza di giudizi momentanei causati dalle crisi, e che in fase di rilettura ho preferito mantenere. Sarebbe stato impossibile far capire al lettore cos’è lo sbilico – e come funzionano da dentro gli sbalzi d’umore e le dispercezioni sensoriali – se avessi omesso le mie opinioni piú drastiche sulle cose che mi circondano nella quotidianità. Le stesse considerazioni sugli effetti dei farmaci vanno lette in un’ottica personale e non hanno alcuna pretesa di veridicità scientifica: da paziente resto convinto di quello che scrivo, e spero di poter essere d’aiuto a qualcuno, ma sfortunatamente non sono un medico.
Questo non è un libro di autofiction, anche se ogni tanto qualche invenzione è stata necessaria per esigenze drammaturgiche
Questa affermazione pone naturalmente alcune questioni di non poco conto poiché quanto raccontato da Pierantozzi (e che rappresenta la sua verità, per quanto alterata dalla psicosi) confligge in maniera evidente con la realtà fattuale degli altri personaggi e, di conseguenza, dei lettori. L’autore, per esempio, racconta di aver danneggiato il condizionatore della palestra di San Benedetto del Tronto dove era solito allenarsi ma poi confessa, sempre nella nota finale, di esserselo solo immaginato.
Ingenuamente, dunque, si potrebbe dire che la precisazione di Pierantozzi sia pretestuosa e che il testo rappresenti – almeno per i lettori – un esempio di Autofiction in quanto utilizza una buona dose di invenzione romanzesca nel raccontare episodi realmente accaduti.
In realtà, però, come abbiamo visto, quello che viene raccontato non è finto o inventato ma è una trasfigurazione del dato oggettivo che, pur causata dalla psicosi, rappresenta la realtà per l’autore.
Lo Sbilico, dunque, tenta di rispondere alla domanda con cui si apre questo contributo sostenendo implicitamente una tesi decisiva ossia che comprendere la malattia mentale richiede un ascolto delle storie, non solo delle diagnosi.
Questa tesi non viene esplicitata dall’autore ma costruita attraverso l’accumulo di episodi concreti, di scelte sbagliate, di tentativi di cura, di relazioni messe alla prova. Il lettore è così condotto a riconoscere i limiti di uno sguardo puramente medico o moralistico, senza che ciò si traduca in una delegittimazione delle cure o della responsabilità individuale. Contestualmente, tanto ammirato quanto spiazzato dall’onestà del racconto, il lettore è anche portato da Pierantozzi a farsi domande su responsabilità e identità, in un gioco estetico raffinato ed estremamente produttivo.
Il romanzo, in conclusione, funziona proprio perché riesce a raccontare la malattia mentale senza mai spettacolarizzarla né a renderla un banale dispositivo moraleggiante. In questo senso trovo interessante come Lo Sbilico eviti tanto la tipica retorica pietistica che accompagna spesso questa tipologia di letteratura quanto quella, opposta e altrettanto diffusa, della follia come forma privilegiata di autenticità. Ciò che colpisce davvero, invece, è la lucidità con cui Pierantozzi riesce a mettere in scena la contraddittorietà della propria esperienza, mantenendo costantemente in equilibrio desiderio di controllo e vulnerabilità.
È probabilmente per questa ragione che il romanzo ha suscitato l’enorme entusiasmo critico che ha accompagnato la sua uscita. Lo Sbilico non è soltanto uno dei libri italiani sul tema del disagio psichico più rilevanti degli ultimi anni ultimi anni, ma è soprattutto un testo riuscito perché in grado di produrre nel lettore un autentico spiazzamento percettivo ed etico. Pierantozzi costringe infatti chi legge ad abitare una realtà instabile, in un continuo oscillare tra verità e deformazione percettiva. Ed è proprio in questa oscillazione — mai risolta definitivamente — che, come detto, il romanzo trova la sua piena compiutezza estetica.
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