Letteratura,  Premi Letterari,  Premio Strega

Occhi di bambina di Marco Vichi: quando la purezza di uno sguardo diventa racconto

di Anna Maddaloni

Il valore dello sguardo può determinare l’esito di un racconto? Cosa succede quando sono gli occhi dell’infanzia a filtrare gli eventi?

Marco Vichi, con Occhi di bambina (Guanda, 2025), proposto da Laura Bosio al Premio Strega 2026, decide di dare voce allo sguardo di una bambina, privo di adulte sovrastrutture, per raccontare una storia drammatica, mostrando come l’innocenza possa attraversare anche le esperienze più dolorose.

“Quando molti anni fa, in una sera particolare, un’amica mi raccontò questa storia (la sua storia), pensai subito che prima o poi l’avrei scritta. Ma per salvare una storia vera sulla carta dovevo aspettare il momento giusto, che poi è arrivato. Ho rispettato gli appunti della mia amica, le sue riflessioni, mettendo in ordine questa vicenda senza trascurare o cancellare nulla. E senza commentarla con giudizi di valore di alcun tipo, lasciando che fosse lo sguardo di una bambina, anche se ricordato da un’adulta, a guidarci lungo la strada di quella storia. Una storia drammatica, che però non è riuscita ad avvelenare l’anima della bambina che l’ha vissuta.”
Occhi di bambina, p. 179

Il romanzo si apre con Arianna, una bambina di sette anni, alla quale i nonni, con cui vive a Firenze, chiedono se preferisca stare con loro con la madre. Da molto tempo non hanno notizie della donna, sanno solo che ha lasciato l’Italia. Arianna ignora le ragioni di questa assenza, l’unico indizio è una parola colta per caso: “latitante”, di cui non conosce il significato, pur percependone la pericolosità.

Alla domanda dei nonni, Arianna risponde sempre allo stesso modo: “Io la mamma non la lascio sola”. Attorno a questa frase si sviluppa uno dei temi centrali del romanzo: il legame primario con la madre, percepito come un punto di riferimento irrinunciabile nonostante l’assenza, il mistero e la paura che la circondano.

Dopo aver ricevuto notizie sul luogo in cui si trova la madre, Arianna parte per Parigi accompagnata dai nonni, lasciando una casa in cui era amata e accudita per ricongiungersi con la figura materna. Inizia così una nuova fase della sua vita: una casa, una scuola, e una lingua sconosciuta. Su questa nuova esistenza grava un costante senso di sospensione. La condizione della madre resta opaca agli occhi della bambina, come se il non chiedere fosse parte di un tacito e segreto accordo. È soprattutto nei capitoli parigini che emerge la qualità migliore della scrittura di vichi: tradurre in parole emozioni autentiche, proprie di una bambina la cui vita ha smesso di essere semplice per stare accanto a sua madre.

Con il passare del tempo, tuttavia, la situazione si aggrava. La madre vive nel timore costante di essere scoperta e per questo decide di partire insieme ad Arianna e al compagno, Tommaso, verso una nuova meta: Barcellona.

La sezione ambientata a Barcellona rappresenta probabilmente il cuore del romanzo poiché è qui che Arianna entra davvero in contatto con il significato della paura. La madre mostra sempre più chiaramente i sintomi di una vita trascorsa nella fuga e nell’anonimato, e la bambina assorbe progressivamente le inquietudini della madre, facendole proprie senza comprenderne fino in fondo l’origine.

A mitigare la tensione, nel periodo a Barcellona, vi è un episodio significativo: una breve vacanza con il padre biologico, durante la quale Arianna trova uno spazio per costruire un rapporto con lui. Qui emerge con forza il tema della famiglia, poiché anche nelle storie più tragiche sono le relazioni e lo sguardo che osserva a dare forma al mondo interiore, contribuendo a rendere più sopportabile una realtà segnata dall’incertezza.

“L’affetto che sentiamo quando si è piccoli e stiamo crescendo, ci regala una sorta di piattaforma solida sulla quale possiamo camminare per sempre senza sentirci perduti, una base indiscutibile che ci sostiene per tutta la vita. Chi non cresce circondato di affetto, non avrà mai più la possibilità di recuperare questa piattaforma invisibile e misteriosa, che si è formata in un periodo della vita in cui si è del tutto inconsapevoli di cosa l’affetto possa rappresentare e diventare. L’affetto, per l’anima, è un po’ come il calcio per le ossa”.
Occhi di bambina, p. 153

A Barcellona la madre viene infine arrestata. La narrazione cambia direzione e la vita di Arianna torna a una parvenza di normalità, tra il ritorno in Italia dai nonni e dal padre, il sollievo per la fine della fuga e la rassegnazione di avere una madre privata della libertà.

Nella parte finale del romanzo viene raccontato il vissuto della bambina dopo l’arresto: attraverso visite in carcere e frammenti di lettere emergono il senso di colpa e l’amore della madre. Si scopre così che la donna è stata accusata di aver fatto parte delle Brigate Rosse, durante gli anni di piombo.

“La mamma venne poi trasferita in Italia. Non ricordo dove né quando. Come ho detto, non voglio chiederle nulla. Preferisco affidarmi alla memoria di una bambina, imprecisa e piena di vuoti. Quello che ricordo ha a che fare con la mia visione delle cose, con gli occhi di una bambina. Mi va bene così. Sono affezionata a quegli occhi di bambina, per me più veri di una ricostruzione documentata, visto che sto ascoltando la mia memoria e non un capitolo di storia”.
Occhi di bambina, p. 162

Marco Vichi porta così al Premio Strega una storia dolce e delicata, capace di raccontare il calore dell’infanzia anche nelle sue zone più oscure. La voce di Arianna trova forza proprio nella sua vulnerabilità, in uno sguardo fresco e ricettivo.

La principale forza del romanzo coincide però con il suo limite. Gli occhi di una bambina, pur commuovendo, possono lasciare anche un senso di mancata precisione narrativa. Come Vichi stesso chiarisce, la storia nasce dal racconto di un’amica e viene trascritta per valorizzare il punto di vista dell’infanzia, capace di illuminare il buio; resta tuttavia il dubbio sulla sua piena attendibilità storica, poiché la memoria dei bambini, per sua natura, sa essere frammentaria e sfuggente.

Per concludere, Occhi di bambina è un romanzo che rinuncia consapevolmente alla precisione per affidarsi a una verità più fragile ma, forse, meno corrotta: quella dello sguardo. Marco Vichi non ricostruisce soltanto una vicenda, ma restituisce una percezione, suggerendo che accanto alla verità dei fatti esiste anche una verità della memoria e delle emozioni. Ed è proprio in questa scelta che il libro trova la sua forza più profonda: attraverso gli occhi di una bambina che non comprendono tutto, ma sentono tutto, e che proprio per questo riescono a trasformare una storia segnata dalla paura e dalla perdita in un racconto attraversato, ostinatamente, dalla luce.

https://www.arateacultura.com

Loading

Anna Maddaloni

Redattrice in Letteratura

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.