Voci di Aratea tra i padiglioni del Salone del libro di Torino – Parte II

Memoria post-coloniale e dark comedy: le strade inaspettate del Salone
Il Salone internazionale del Libro di Torino è sempre stato per meun luogo di incontro e di scoperta. Tra gli stand e i padiglioni, i dialoghi con gli autori e casuali confronti con altri lettori sono gli aspetti che più di ogni altro restituiscono il significato profondo del Salone. È proprio per questo motivo che, nonostante il tentativo di pianificare accuratamente dei percorsi di visita, per non perdere nessuno degli eventi di un programma così articolato e ricco, è necessario saper accogliere l’imprevisto. Spesso, infatti, le scoperte più inaspettate avvengono casualmente, a seguito di una decisione presa all’ultimo momento.

Così, quando il venerdì le porte si sono aperte e i padiglioni erano ancora in attesa della folla delle ore successive, mi sono imbattutain un incontro con Igiaba Scego, che nello Spazio Tuttolibri de LaStampa presentava la graphic novel Figli della foresta. Due vite africane rapite dal colonialismo italiano (Becco Giallo, 2026), realizzata insieme all’illustratrice Chiara Abastanotti. Nel libro si ricostruisce la vicenda di Tukuba e Makunka, due bambini “pigmei” strappati alle loro terre e deportati in Europa dove, vittime di una mentalità che li considera meri oggetti di studio, vanno incontro a un processo di disumanizzazione brutale. Come sottolineato dalla stessa Scego, queste vicende devono essere raccontate per restituire centralità ai loro protagonisti, le cui esperienze rischiano di essere ridotte a semplici documentid’archivio. È proprio la necessità di riportare alla luce la storia coloniale italiana a muovere il lavoro di Scego e di Abastanotti. Per questo motivo Figli della foresta è un libro pensato anche per i più giovani, al fine di promuovere una maggiore consapevolezza riguardo a questa pagina a lungo occultata della storia italiana. Le parole di Scego richiamano alla mente Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città (Futura Editrice, 2014), considerato uno dei testi fondativi della letteratura post-coloniale. L’opera, con testi di Scego e fotografie di Rino Bianchi, si propone di recuperare la memoria coloniale italiana attraverso una lettura critica dello spazio urbano. Roma è definita «negata» perché non riconosce il proprio passato coloniale, nonostante le tracce ancora visibili nella toponomastica, nei monumenti e negli spazi frequentati quotidianamente. E infatti l’opera di Scego, così come il suo intervento, costringono a fare i conti con ciò che fingiamo tutti i giorni di non vedere.
La stessa casualità mi ha condotto, nella giornata di sabato, alla scoperta dell’autore Andrev Walden, giornalista e editorialistasvedese, che presentava il suo romanzo d’esordio Maledetti uomini (Jävla karlar) pubblicato nel 2023 e tradotto da Iperboreanel gennaio 2026. Il romanzo, che si presenta come una dark comedy, affonda le sue radici nella vicenda autobiografica dell’autore. «Maledetti uomini» è la frase che Walden sentiva sempre pronunciare dalla madre, la quale ha frequentato sette improbabili uomini durante l’infanzia e l’adolescenza del figlio: a ciascuno l’autore ha dedicato un capitolo del suo libro. Waldendichiara fin dall’inizio di non aver avuto intenzioni politiche o di genere nella scrittura dell’opera. Queste figure maschili che hanno popolato la sua vita vengono infatti restituite attraverso lo sguardo del sé bambino, che non possiede le categorie morali condivise invece dagli adulti. L’autore motiva questa scelta affermando che spetta al lettore, e non allo scrittore, formulare giudizi sui personaggi. L’incontro con Walden, ironico pur nella sua timidezza, ricorda inoltre l’importanza del ruolo svolto dalla casa editrice Iperborea nella diffusione della letteratura del Nord Europa – e non solo – in Italia, arricchendo il panorama editoriale italiano con tradizioni letterarie che rischierebbero di non ottenere la giusta considerazione.

Proprio perché casuali e non programmati, questi due incontrirappresentano uno dei motivi per cui il Salone del Libro continua a essere un’esperienza necessaria e preziosa. Queste occasioni impreviste permettono infatti di confrontarsi con prospettivelontane dalle nostre, capaci di mettere in discussione idee e convinzioni già consolidate, contrastando una concezione della lettura come esperienza individuale e isolata.
È in momenti come questi che il Salone del Libro rivela la sua capacità di andare oltre la dimensione di evento culturaleprogrammato, trasformandosi in luogo di scoperta e scambio.
Intrecci al Salone del Libro 2026
Sabato ho fatto un giro a Torino. Al mattino ero al MAOper la mostra di Chiharu Shiota. Sono rimasta rapita dalle sue installazioni, fitti labirinti di fili rossi o neri che avviluppavano la quotidianità, in equilibrio tra l’iperreale e l’onirico. Attratta anche da ciò che è collaterale e periferico, nel pomeriggio cercavo le tracce del Salone Off in giro per Torino, soffermandomi sulle bancarelle di San Salvario, con espositori di piante, libri, musica, vestiti e oggettistica. Torino mi sembrava circondata da un filamento rosso elettrico come quello di Shiota, che la rendeva molto energica e dinamica. Forse anche perché i muri della metro ci hanno accolti con lo slogan choc di Audible: “Vengo a Torino. So dove trovarti. Mi dirai dov’è Dana. Altrimenti ti ammazzo.” Il nostro pre-salone si apriva con la vernice rossa, stemperata dal verde delle esposizioni floreali.
Domenica mi reco invece al Lingotto, nel cuore del Salone. I fili del giorno prima sembravano seguirmi tra i padiglioni affollati, formavano una trama delicata che si srotolava tra gli stand e grazie alla quale slittavo da un posto a un altro. Non andavo al Salone da due anni e quindi orientarmi non è stato facilissimo. Nella sala bianca veniva presentato il Meridiano dedicato a Octavio Paz, poeta messicano, premio Nobel per la letteratura nel 1990. Mauro Bersani ha sottolineato la poliedricità di Octavio Paz, figura di culto in America Latina, poeta, saggista e importante diplomatico. Massimo Rizzante invece ha trattato delle influenze di Rimbaud e di Freud, due tra i maggiori responsabili dello sfilacciamento dell’io in una matassa di identità multiple.

Ammetto di esserci andata in veste profana, trascinata lì dalle pagine di Bolaño. Leggendo I Detective selvaggi, mi sono imbattuta in Paz e sono andata a scovare le sue poesie, con la stessa candida curiosità di un personaggio bolañiano. L’autore cileno infanga il nome di Octavio Paz, troppo ingombrante e istituzionale. I critici affezionati aPaz non hanno nemmeno mai voluto evocare il nome di Bolaño, per risentimento verso questo scherzo di cattivo gusto. Non escludo però che se oggi il nome di Paz è ancora vivo in Italia tra i giovani, lo sia anche grazie al pubblico appassionatissimo di Bolaño. I lettori di Bolaño sanno uscire dal suo gioco letterario labirintico con lo stesso entusiasmo con cui vi partecipano, possono tradire anche lo stesso Bolaño per pura curiosità, sgusciando fuori dalle sue trame, abboccando ad altri fili. In più la sua prosa rilassata ha il merito di aiutare a fare scivolare il lettore verso la poesia, un genere troppo spesso riservato a una nicchia di specialisti.
A proposito di club esclusivi, mi è dispiaciuto che non sia stato previsto un momento per le domande: è sempre affascinante scoprire cosa spinga le persone a trovarsi esattamente in un certo luogo. Usciti dalla sala, mi sono immersa negli stand, un gomitolo di strade possibili,difficili da decifrare. Il Salone per me è un luogo di incontri mancati: mi accorgo solo scorrendo i social di quante persone conosciute fossero lì. Le strade si ingarbugliano facilmente.
Mi sono lasciata trascinare a un incontro con Liz Pelly, autrice di Mood Machine. Pelly spiegava come l’algoritmo tracci un percorso passivo che porta alla riproduzione della canzone successiva, in un continuum emotivo influenzato da strategie commerciali. Il reticolo digitale – fatto di fili grossolani, ben diversi da quelli organici e vibranti di Shiota – intrappola in un circolo di inedia dal quale ci si divincola solo grazie alla volontà di approfondimento. In un attimo di dissociazione, ho immaginato di aver scoperto Paz non tramite Bolaño, ma in una playlist autogenerata, per esempio da Goodreads 2.0, intitolata magari “Nostalgia latina”.
A pensarci bene, il Salone, con i suoi ingorghi, è l’antidoto alla Mood Machine. Perdersi coscientemente tra i padiglioni ti regala quello che non sapevi di stare cercando. Ripenso al Salone del 2024: finii per caso ad ascoltare racconti in cuffia, seduta su un cuscino allo stand di Neo Edizioni. Forse mi avevano offerto della genziana e avevano indovinato alcune mie velleità sullo scrivere racconti. Ricordo che quell’anno giravo da sola e collezionavo esperienze imprevedibili. Il fascino di questi eventi fieristici è camminare senza una meta precisa, magari smarrire anche il filo dei propri giri, incrociare qualcuno e perderlo di nuovo. Succede lo stesso con i libri: ho rincontrato il fantasma di Paz, ma tra qualche settimana l’avrò perso di nuovo, rapita da una nuova distrazione letteraria che non approfondirò necessariamente fino in fondo. Può anche andare così, che il lettore vagabondi senza obblighi nei suoi mondi letterari, lasciando che il tessuto della mente si dipani per poi riannodarsi altrove.
L’arte di abitare il mondo: Brunori, Teti e la scommessa della Restanza
Di Ilaria Annunziata
Si può attraversare il mondo restando fermi, e percorrere migliaia di chilometri senza vedere nulla. Questo il punto di partenza dell’incontro dedicato alle “Parole e culture della restanza” tra Dario Brunori (in arte Brunori Sas) e Vito Teti – quello, tra i tanti interventi a cui ho avuto modo di assistere al Salone, che mi ha toccato più da vicino (forse chiamandomi in causa).

Nel dialogo tra il cantante e l’antropologo, la “restanza” non è mai sembrata coincidere con l’immobilità. Restare non è un chiudersi, semmai un aprirsi – alla comprensione, alla relazione, alla costruzione di legami nuovi e alla cura dei vecchi. È un aprirsi all’altro, ma soprattutto a noi stessi, alla persona che abbiamo abitato prima di diventare ciò che siamo ora – quella che abbiamo cercato di fuggire, di svincolare da una realtà che nelle sue contraddizioni ci è sembrata una prigione. Ed è forse nella partenza, nel “fuorisede” – o nella semplice “iscrizione”, scherza Brunori – che possiamo permetterci di osservare da lontano quella stessa realtà, di guardarla con il dolce distacco di chi barcolla tra la metropoli che ancora incanta / E la provincia ferma agli anni Ottanta – risuona in “Lamezia-Milano”.
“Casa” diventa la terra che si ha alle spalle, quella in cui tenere i piedi ancorati solo per prepararli a camminare nel vasto mondo, nella vita reale e non cellulare. Un camminare, un volare, che nasconde dietro il riso per l’applauso al pilota, un disperato attaccamento alla vita (canta ancora Sas). Perché in questo andare via si nasconde la necessità di crescere, di cercarci.
Cercarci e riconoscerci in altro, o forse cercarci e finire per ritrovarci lì dove ci eravamo lasciati. Come ha fatto il cantante, che ha scelto di rinunciare alla “comodità del cuore” – che lo avrebbe voluto altrove, magari proprio a Milano, centro nevralgico per la sua musica – per tornare, per restare. Restare per rispondere al bisogno di non fuggire il dolore, di continuare ad esporsi a quelle “amarezze” che, proprio perché non anestetizzate dal comfort, dalla distrazione, dalla lontananza, possono diventare spinta vitale.
Restare, allora, non per rassegnarsi, ma per scegliere di non sottrarsi.
Per questo, nella sua riflessione, Teti ribalta il concetto stesso di movimento. Parlando della sua – della loro – gente, cita il paradosso di un’antropologia quasi metafisica: ci sono calabresi che camminano molto anche quando sono fermi dietro una scrivania, ed altri che rimangono drammaticamente immobili pur compiendo migliaia di chilometri. Il vero radicamento non è stasi, non è quiete rassegnata: nelle sue parole la “restanza” si trasforma in una strategia della speranza, in una forma di attenzione radicale. E racconta, a tal proposito, di aver iniziato, a quarant’anni, a fotografare ogni giorno le nuvole dalla finestra: non erano mai le stesse – o forse era lui a cambiare?
Stai fermo e il mondo cambia percettibilmente intorno a te: avverti le stagioni scorrere, il tempo passare, e ti è possibile proprio perché non stai correndo con loro, non sei inibito dalla frenesia della città – la quale, dopotutto, non è altro che una scusa per non vedere, un palliativo per colmare la nostra impossibilità di fermare, o fermarci, in un momento. Stai fermo e ti poni il problema del tempo, del capire cosa succede domani; ti poni il problema della “risposta”, solo per renderti conto che tuo padre l’aveva messa lì in ufficio e qualcuno l’aveva nascosta – canta Brunori ne “La vita pensata”.
La vera sfida diventa allora smettere di nascondersi nel consolatorio rimpianto che non serve quasi a niente – È solo un altro modo un po’ infantile/ Per sentirmi intelligente – e guardare meglio in quell’ufficio di papà, nella nostra casa un po’ dispersa, nella disfunzionalità dei nostri piccoli centri abitati, nei prati incolti in cui giocavamo da bambini, negli anziani ancora un po’ ottusi che ne sapranno sempre più di noi, per trovare la nostra risposta, il nostro dolce/doloroso campo d’azione.
Esiste una malinconia cupa, uno stereotipo abusato che paralizza e non fa vivere. Brunori e Teti ci mostrano invece l’esistenza di una malinconia creativa, geniale, capace di far sorridere – anche con amarezza – e di generare il nuovo.
Al contagio narrativo secondo cui i piccoli centri, le province – i “nostri paesini” – siano condannati a morire e che non ci sia più nulla da fare se non andare via, la “restanza” si contrappone come unica strategia della speranza. Tutto – noi compresi – dipende dal senso che, oggi, decidiamo di dare alle cose: restare deve essere una scommessa sul futuro, un modo radicale per aprire sentieri nuovi e inesplorati là dove altri vedono soltanto una fine.
Dove te ne stai andando amico mio
Forse torno a casa
C’è qualcuno che mi aspetta e finalmente
Sorriderà.
(Brunori Sas, “La vita pensata”)
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