Letteratura

Voci di Aratea tra i padiglioni del Salone del libro di Torino – Parte I

Al Salone del Libro Roberto Saviano ci ricorda che i libri, grazie ai lettori, hanno il potere di cambiare la realtà

Di Giulia Weyler

Vent’anni dopo l’uscita di Gomorra, Saviano torna a ripensare al suo romanzo d’esordio, pubblicato il 28 aprile nella nuova edizione per Einaudi, nella collana Super ET. 

Romanzo che, superfluo ricordarlo, non solo è diventato un punto di riferimento (e di frattura) per la letteratura italiana contemporanea, ma anche per milioni di persone in tutto il mondo. 

Compresa l’autrice di questo articolo. 

Avevo sedici anni quando ho letto Gomorra. 

Ricordo che era agosto, stavo sotto l’ombrellone. Le pagine correvano e correvano. E poi l’ultima frase:

Maledetti bastardi, io sono ancora vivo. 

Ho chiuso il romanzo e ho camminato fino alla battigia. 

Guardavo l’orizzonte grigio della Versilia – è da quando sono nata che sono abituata a quelle onde brunastre, c’è una foto di me in spiaggia nel passeggino dove avrò circa due anni – e tutto d’un tratto non lo riconoscevo. Era diverso. O forse ero diversa io. E mi sono messa a piangere. 

Ho pianto per tre ore di fila per la rabbia, il disgusto, non mi è mai più capitato di stare così male leggendo un libro. E in quel pianto si è sancita la metamorfosi, un taglio che i coltelli di Warhol (Knives, 1981) già preannunciano nella copertina. 

Gomorra è un romanzo che ti squarcia, ti contagia con le scorie che ha attaccate alla lama. E a squarciarsi è anche lo sguardo del lettore, impossibile continuare a guardare allo stesso modo la realtà nella sua carne – i mercati, i porti, le griffe d’alta moda, le canne, i rifiuti tossici, i cantieri, le scarpe col tacco.

Ed è proprio quello sguardo squarciato che ha fatto paura alla camorra, ricorda Saviano sabato pomeriggio, al Salone del Libro.

Loredana Lipperini conduce l’intervista, e ricorda come Gomorra abbia trasformato la realtà a livello mondiale: dall’India, agli Stati Uniti fino alla Francia, tutti cominciano a parlare di questo romanzo. Napoli, tutto d’un tratto, diventa il primo set in Italia. 

Perché leggere non è come ascoltare un podcast, o guardare un documentario; se avesse utilizzato un altro tipo di media, riflette Saviano, non sarebbe stato lo stesso. “Ma leggere è un’azione autentica, un atto individuale che genera mondi, che suscita riflessioni e che apre a domande difficili. Che abbatte barriere”. 

La minaccia per la camorra, dice, siamo sempre stati noi, i lettori: Gomorra ha costretto l’attenzione pubblica a guardare.

Ed ecco che chi legge cambia le cose. Dopo l’uscita del suo romanzo, spiega, si iniziano a chiedere spiegazioni, a desiderare cambiamenti. 

La politica lo intuisce: non si può più dire che la camorra non esiste, come era avvenuto dopo il Maxiprocesso. Al tempo, ricorda lo scrittore, si era persino detto che la parola “mafia” fosse un termine da utilizzare come complimento alle donne. “Sei mafiosa”, come sinonimo per bella, appassionata.

Si attua, allora, una nuova strategia: ed ecco che chi parla di camorra diventa il capro espiatorio contro cui puntare il dito. Un paradosso per cui chi scrive di mafia viene accusato di promuoverla. 

Iniziano a perseguitarlo. Nel corso dell’intervento, Saviano racconta di come sia stato spesso tacciato di essere un mafioso pentito. E poi la domanda ricorrente, che spesso ho sentito ripetere anche io, in prima persona, da persone scettiche: “Ma se davvero i clan gli danno la caccia, com’è possibile che sia ancora vivo?”. 

Saviano riflette su come si insista, oggi, sul percepito. Il problema sono quindi gli immigrati di strada, e dei clan che li gestiscono quasi non se ne parla.

Questo è un classico modus operandi italiano: Saviano sottolinea come, ad esempio, tutti i riflettori siano adesso puntati sul caso di Garlasco, mentre l’inchiesta Hydra (così viene chiamato il super-cartello lombardo a tre teste, Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta) rimane nell’ombra, nonostante abbia scoperchiato un mondo intero – e continua tutt’ora, con il processo ordinario per oltre 70 imputati, cominciato a marzo. Un mondo che comprende l’edilizia, le riserve energetiche e il potere politico che compra consenso. 

Non è solo questione di scarsa attenzione mediatica, ma anche di scarsa disponibilità nel rilascio di informazioni: frammenti, atti, nomi che restano ai margini da una parte, e  dall’altra casi che dilagano nello spazio finendo per occuparlo quasi interamente. 

Anche il processo Cutro, ricorda, resta in secondo piano: un processo che riguarda più di 150 persone disperse in mare, e non soccorse per scelta. 94 morti.

Ecco la differenza: mentre Garlasco ci intrattiene, Cutro ci costringe a pensare alle responsabilità di un Paese – e sì, anche alle nostre. 

E mentre lo ascolto, non posso che chiedermi: a cosa scegliamo di dare attenzione?

La domanda aleggia durante tutta l’intervista. Una domanda che, come sempre, spinge a riflettere su che tipo di lettori – ed esseri umani – scegliamo di essere.

“Ma tutto questo ti consuma”, confessa Saviano alla Lipperini a fine intervento. Un “tutto” che comprende anni di scorta, di processi, di attacchi mediatici.

Lo dice con un sorriso stanco, amaro. Del resto, è di marzo la notizia della corte di Cassazione che ha finalmente condannato a un anno e mezzo di carcere – una condanna ridicola, peraltro – il capo clan Francesco Bidognetti per le minacce rivolte a Saviano e alla collega Rosaria Capacchione nel 2008. 

Diciott’anni di processo.

“Ce l’hanno fatta, a consumarmi. Ma quello che non sono riusciti a fare è stato cancellare Gomorra”.

E allora non lasciamoci cancellare. Non lasciamo che si cancellino i libri e il nostro potere come lettori.
Se c’è una cosa che il Salone del Libro ci ricorda, una volta all’anno, è che siamo in tanti, ancora, a leggere. Più di quello che crediamo. Molto di più. 

Perché, maledetti bastardi, noi siamo ancora vivi.

L’arte di trattenere i morti. Carrère, Veronesi e il tema che attraversa il Salone.

Di Francesca Manzoni

Anche quest’anno sono caduta vittima del sortilegio. Ho attraversato l’Italia, per il quarto anno consecutivo, con l’obiettivo di imparare il più possibile dall’immenso catalogo di eventi e incontri che, ogni seconda settimana di maggio, anima i padiglioni del Salone del Libro di Torino. Circondata da migliaia di persone che condividono la mia stessa passione, esasperata dalle code interminabili e dai prezzi improponibili dell’acqua, sono arrivata al lunedì sera stanca ma felice di essermi lasciata travolgere, ancora una volta, dal tornado. Perché anche quest’anno ne è valsa la pena.

Dall’eleganza introspettiva di Dacia Maraini, in dialogo con Paolo Di Paolo, all’impacciata sfacciataggine di Lino Banfi che, insieme a Nicola Lagioia, ha raccontato la sua Puglia passando attraverso la raffinata analisi psicoanalitica di Massimo Recalcati. Mentre la passione contagiosa con cui Emanuele Trevi e Sandro Veronesi hanno discusso Operazione Shylock di Philip Roth ha annullato ogni distanza tra me e loro: i due scrittori smettevano di essere autori affermati per tornare semplicemente lettori voraci. Per non parlare di come la Napoli raccontata da Roberto Saviano e Francesco Piccolo, attraverso la figura di Totò, è diventata ritratto di una città che, proprio come il suo simbolo più celebre, vive nella tensione costante tra persona e personaggio.

Un prisma emotivo che non si esaurisce negli incontri, ma si propaga tra gli stand, nelle identità delle case editrici, nelle scelte dei librai, nelle diverse idee di letteratura che convivono all’interno della stessa manifestazione. Infiniti modi di intendere il libro si incontrano senza escludersi, componendo per pochi giorni uno spazio-tempo sospeso di cui ogni anno rimango vittima, cogliendone la poesia.

Eppure, una volta terminato il Salone, c’è un tema che non riesce a scivolare via. Un pensiero che continua a inseguirmi e che ho ritrovato tanto nelle parole di Emmanuel Carrère, durante la presentazione di Kolchoz con Concita De Gregorio, quanto nelle letture di Sandro Veronesi, oggi in libreria con la raccolta Caducità. È la scrittura intesa come necessità, tentativo di comprendere e rielaborare una frattura. Come strumento per avvicinarsi a ciò che dell’esistenza resta irrimediabilmente incomprensibile: la morte.

Carrère la racconta attraverso la figura della madre. La sua scomparsa non produce soltanto un vuoto, ma apre uno spazio alla memoria, da cui riaffiorano episodi, immagini e dettagli dell’infanzia che il tempo sembrava aver sepolto. Scrivere diventa allora il sintomo di una mancata accettazione del lutto, il tentativo di trattenere ancora, di prolungare una vicinanza interrotta. Non è un caso che, nel corso dell’incontro, sia lo stesso Carrère a confessare di aver sofferto la fine del libro. Finché la scrittura procedeva, la madre continuava a esistere all’interno della pagina. Al tempo stesso, però, proprio la scrittura diventa il luogo in cui ritrovare un legame: una forma di dialogo con l’altrove, una dimensione capace di dare consistenza all’assenza. Il rapporto con la madre, segnato dalla profonda frattura apertasi dopo la pubblicazione di Romanzo russo, trova in Kolchoz una forma di riconciliazione con il passato. Carrère sembra offrire una possibile risposta a una domanda sempre più centrale nella letteratura contemporanea: perché continuiamo a raccontare storie vere? Perché sentiamo il bisogno di scrivere di noi stessi, delle nostre famiglie, dei nostri lutti?

In- Kolchoz emerge con forza l’idea che raccontare una vicenda familiare non significhi rifugiarsi nell’autobiografia come forma di protezione dalla realtà, ma tentare di comprenderla più a fondo. Nella storia privata della madre si intrecciano temi universali: l’esilio, la migrazione, il rapporto con le ideologie, il peso della tragedia storica. La letteratura diventa così uno strumento di trasformazione del dolore individuale in memoria collettiva. Attraverso un processo profondamente intimo, che prende forma fino a diventare libro, è possibile riconciliarsi non soltanto con il passato, ma anche con le parti più irrisolte di sé.

La stessa tensione attraversa e commuove le letture di Sandro Veronesi che, al posto di una tradizionale presentazione, ha scelto di regalare al pubblico una lettura intensa del racconto Polmoni. Anche qui il lutto per la morte della madre non si esaurisce nel dolore della perdita, ma si accompagna alla scoperta improvvisa di quanto resti inaccessibile persino nelle persone che abbiamo amato di più. Mentre assiste gli ultimi giorni della madre, presenza che ha occupato ogni spazio della sua esistenza, lo scrittore si ritrova ossessionato da un dettaglio mai chiarito della propria giovinezza, un punto oscuro rimasto nascosto per decenni nella storia familiare. Di fronte alla morte imminente, ciò che emerge non è soltanto l’assenza che sta per compiersi, ma il mistero che continua ad abitare ogni vita. Eppure, nell’ultimo incontro accanto al suo letto, quel perturbante si dissolve. Rimane un gesto essenziale: stringerla tra le braccia e accompagnarla verso la fine.

Se Carrère racconta il lutto come un dialogo che la scrittura prolunga oltre la morte, Veronesi ne mostra la dimensione più concreta e corporea. I loro percorsi approdano però alla stessa consapevolezza: la perdita non può essere colmata, ma può essere attraversata. E il racconto rappresenta uno degli strumenti attraverso cui provare a comprenderla.

Da questo Salone del Libro, dunque, non porto a casa soltanto un invidiabile autografo di Emmanuel Carrère. Porto con me alcune risposte parziali, mai definitive, che continuano a sedimentarsi nei giorni successivi. La consapevolezza che la scrittura nasce spesso da un bisogno individuale e quasi egoistico — capire, ricordare, sopravvivere a una ferita — ma che proprio per questo riesce a parlare a tutti.

Non sono uscita dal Salone con delle certezze. Del resto non è questo il compito della letteratura. Ne sono uscita, però, con una serenità diversa: quella di sapere che non sono l’unica a pormi certe domande. E, a volte, anche questo basta a lenire la solitudine.

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