Critica di Poesia,  Letteratura

“Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto” di Silvia Bortoli

Un articolo di Giuseppe Costa

Un cane?dice il neurologo, sono molto favorevole, può aiutare: inizia con l’avvallo medico il libro di Silvia Bortoli Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto (Quodlibet, 2025), resoconto in cui l’autrice racconta due anni della sua vita nella quale la cura per il marito malato di Alzheimer ‘Il principe’, si intreccia con quella per il suo nuovo cane, il cucciolo Jack, il Jack Russel. 

In un’intervista nella presentazione del libro, l’autrice ha usato una parola ben precisa per parlare dell’esperienza da cui è nato il libro: ottundimento. Ed è una lettura perspicace: ad un certo punto il dolore deve essere arginato per poter permettere alla vita di andare avanti. È questo che testimonia il libro con il suo movimento tra i momenti leggeri e divertenti dei giorni con Jack, e i brevi, ma densi e destabilizzanti passaggi sulla malattia del Principe, i quali, nel conto dell’intreccio, sono inseriti con grande cura, indicati e affrontati senza lasciare che diventino totalizzanti, ad evitare la chiusura del testo all’interno di un vicolo buio di dolore.  

La coraggiosa adozione diventa perciò medicamento, perseguito con asperità non da poco, tutte ben raccontate nei plurimi episodi dei due anni con cane: levatacce, dimagrimento, giri all’aperto con freddo e caldo estremi, stanchezza accumulata, pulizie di casa, del Principe, frequentazioni di gruppi per malati di Alzheimer, e la definitiva trasformazione da gufo intellettuale ad allodola pragmatica e sollecita.

Svegliata alle cinque e tre quarti, bevuto caffè, vestita, portato fuori per un’ora, nutrito il cane, lavato vestito e nutrito E., ora vorrei qualcuno che lavasse e vestisse e nutrisse me, e invece mi laverò da sola, farò colazione, andrò all’Esselunga, porterò E. dal barbiere, andrò al mercato, tornerò a casa, porterò fuori il cane, nutrirò me stessa e mi dirò Non è una forma innovativa e post-post-postmoderna di galera, c’est la vie.

E il catalogo di queste simpatiche liste di cose da fare e sbrigare, costruite attraverso frammenti di vari giorni, in cui si inseriscono momenti della vita passata con il marito e momenti della malattia, costituiscono la parte più cospicua del resoconto dei due anni. E se dovessimo indicarne il tessuto connettivo, citeremmo l’asciutto e coraggioso tono aderente alle cose contingenti del vivere, in grado di dar rilievo anche agli aspetti più prosaici e comici (talvolta tragicomici) di quest’epica quotidiana; unica possibile via per sgravare il peso insostenibile del dolore di una vita amata che si spegne lentamente, attraversando l’indeterminatezza di una malattia che obnubila chi ne è colpito, e di riflesso la persona che se ne prende cura.  Un’operazione che quindi, dietro la sobria levità della voce della protagonista, cela la sua essenza dolorosa e traumatica. Sono infatti il riserbo e il controllo dell’autrice a far in modo che nella narrazione prevalga il registro ironico e umoristico anziché quello tragico, una precisa scelta stilistica che ne testimonia il lavoro di mediazione letteraria: le uscite avventurose per la città con il cane e gli accadimenti dei giorni, raccontati attraverso l’ironia, fanno da contraltare ai momenti della malattia e agli episodi in cui si manifesta, in un raffinato equilibrio giocato sulla dialettica superficie-profondità che scorre per tutto il testo.

Silvia – mi aveva chiesto poco dopo esserci traferiti qui, quando Jack non era ancora arrivato e lui, benché fosse confuso, ancora mi parlava – ma cosa faremo quando morirò? 

Tu starai benissimo, gli avevo risposto, quando uno muore tutto finisce e non ha più problemi […] perché se non c’è linguaggio non c’è pensiero.

Un pensiero tanto semplice quanto fulminante, e, rovesciandolo, una dichiarazione di intenti: trovare una lingua (o meglio un punto di vista, un tono), per affrontare le cose più complesse, più difficili da mettere in una forma. E in questi termini diventa chiara la trama che tiene insieme tutto il disegno dell’autrice: riuscire a raccontare con la grazia della leggerezza e dell’ironia l’attraversamento di una soglia oltre il dolore, e farlo con un’intelligenza che talvolta può apparire disincantata, ma che è solo pensiero lucido e reale supportato da grande precisione linguistica, grazie alla quale, con pudore e parsimonia di parole, riesce a girare le spalle alle limacciose zone del vittimismo e del patetico. E c’è di più: finisce per divertire, nelle tante invenzioni linguistiche del ritornello strutturale Cedesi cane intelligente, cedesi Jack Russel bello affettuoso giocherellone fifone, cedesi cane per il resto educatissimo e che alla parola Fermo! Si fa statua di sale, cedesi cane onnivoro”, ritornello che puntella la narrazione ad ogni nuova avventura o disavventura con Jack; o nelle lapidarie formule riuscite: “di quelli che fanno i simpatici diffido profondamente”; o nei caustici giudizi delle persone con cui si trova ad interfacciarsi, spesso badanti poco inclini alla cura e più all’incasso. 

Ma non c’è solo questo: nel libro è grazie al cane che tutto un nuovo mondo di relazioni e luoghi si apre per la protagonista, in cui particolare rilevanza assume il mondo esterno, spazio altro da quello della casa dove Il Principe necessita cura costante. Una circoscritta mappa di un quartiere di Milano est, e soprattutto di parchi e giardini, diventa il topos letterario della strada, con i suoi incontri e le sue avventure. Silvia con Jack diventa una camminatrice compulsiva nel grande teatro del mondo all’aria aperta, dove le aree cani, in particolare, svolgono la funzione di luoghi privilegiati per l’osservazione della varia umanità, con gli splendori e le miserie che riconosciamo nelle nostre vite quotidiane.

La protagonista, in questa nuova vita con cane, inizia ad avere una vita sociale particolarmente viva: ogni giorno rivede i padroni dei soliti cani, gli spazzini che escono all’alba come lei, o la donna con il labrador che ha figlio, cane, lavoro e sembra stanca ma non infelice; insomma può accadere che ci si specchi nelle vite degli altri, e ci si senta abbastanza umani. Tutta questa esposizione all’esterno le permette di acquisire un nuovo sguardo su un mondo prima sconosciuto, in cui impara quanto i canari si riconoscano e affezionino pian piano l’un l’altro nelle aree cani; oppure l’amaro controcanto della solita bêtise degli umani, che non puliscono le deiezioni dei loro animali o prendono un molosso per il gusto di avere un cane immenso e pericoloso (estensione del pene, tuona una caustica madre di cane); o ancora constatare quanto i cani finiscano per assomigliare ai propri padroni, e, essendo Jack considerato simpatico e giocherellone, potersi anche compiacere un po’.

Nell’ultima pagina del libro si chiude il cerchio in modo perfetto – a testimoniare l’accurata struttura del testo –: la cura del Principe finisce, e l’autrice si apre ad una placida accettazione delle cose, attendendo il domani, con la trepidazione fatta di timore e aspettativa di ogni cambiamento, ben salda all’essere in trasformazione delle cose, ma almeno sicura – poiché Jack non può scegliere qualcuna che ha un odore migliore, scrive ilare la protagonista – di avere Jack, il Jack Russel con lei. E noi auguriamo ai due i migliori giorni. 


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