Critica di Prosa,  Letteratura

Ritrovarsi a Crosby. Su “Raccontami Tutto” di Elizabeth Strout

Lucy Barton e Olive Kitteridge si incontrano: è un piccolo e memorabile evento per tutti i fan della narrativa di Elizabeth Strout.
La precedente produzione di Strout può essere infatti divisa in due “saghe” letterarie, quella di Olive Kitteridge – formata dall’omonimo romanzo a racconti, vincitore del Pulitzer nel 2009, e da Olive, ancora lei (2019) – e dal ciclo di Lucy Barton – composto da Mi chiamo Lucy Barton (2016); Tutto è possibile (2017); Oh William! (2021) e Lucy davanti al mare (2022).

Chi conosce Strout si sarà già reso conto leggendo Lucy vicino al mare che i due filoni narrativi condividono lo stesso universo e alcuni personaggi ricorrenti. In questo romanzo, la scrittrice Lucy Barton si era definitivamente trasferita nella cittadina immaginaria di Crosby, nel Maine (ambientazione di entrambi i romanzi della saga di Olive Kitteridge) dopo aver lasciato New York per tentare di sfuggire dalla pandemia di COVID-19 e aveva stretto una forte amicizia con Bob Burgess, protagonista di un precedente romanzo stand alone dell’autrice, I ragazzi Burgess (Fazi, 2013). In questo contesto, inoltre, Lucy – e i lettori con lei – erano venuti a conoscenza del fatto che la burbera Olive Kitteridge, ormai anziana e rimasta nuovamente vedova, si è trasferita in una casa di riposo.

 Se questi incontri erano già stati un piccolo evento per gli appassionati, Raccontami tutto (Einaudi, 2025) ha creato grandi aspettative poiché Strout decide di regalare finalmente ai lettori il tanto atteso incontro tra le sue due eroine, Lucy e Olive.

A dire la verità, leggendo il romanzo appare immediatamente chiaro come l’incontro tra le due donne sia in realtà un pretesto, un’intuizione formale che accende la curiosità dei lettori. La vicenda si dipana infatti attraverso una serie di capitoli tematici in cui ai diversi incontri tra Lucy e Olive si alterna il racconto degli ultimi anni di vita di Bob Burgess – vero protagonista della storia –, del suo amore senile per Lucy e del suo rapporto con il fratello Jim, brillante avvocato da poco vedovo.

Il fascino del romanzo risiede nella è la straordinaria capacità di Strout di indagare la vita interiore dei suoi personaggi. Strout ci racconta piccole vicende quotidiane, incontri, conversazioni, ricordi e il libro si muove in uno spazio narrativo apparentemente minimale. Contestualmente, i suoi personaggi sono animati da sentimenti semplici, descritti con aggettivi altrettanto semplici: Strout ci dice chiaramente, anche senza dovercelo mostrare, che Lucy, Bob, Olive e gli altri personaggi amano, odiano, sono tristi o sono felici, semplicemente, senza costruzioni artificiose o inutili perifrasi.

Eppure, proprio in questa dimensione minima Strout riesce a far emergere interrogativi profondi sull’esistenza, sulla solitudine e sul bisogno umano di essere ascoltati.

Il nucleo tematico del romanzo sembra, infatti, ruotare attorno alla capacità delle storie di mettere ordine al caos della vita: raccontare e ascoltare, in questo senso, diventano un modo per reinterpretare retrospettivamente la propria esistenza e un’occasione per i protagonisti, per la maggior parte – forse autobiograficamente – anziani, di ripercorrere gli ultimi anni della propria vita.

In questo contesto, il romanzo è privo di una trama articolata o avvincente ma non per questo è privo di una sua tensione, prevalentemente intima ed emotiva. La narrazione si compone infatti di una serie di episodi che rivelano la fragilità e la complessità dei rapporti, di un susseguirsi di episodi in cui personaggi condividono storie, confessioni e memorie che finiscono per costruire un mosaico emotivo. Raccontami tutto esplora infatti rapporti complessi come l’amicizia e il matrimonio e solitudini condivise e riflette sul bisogno di connessione degli individui per superare queste stesse solitudini: anche quando i personaggi sembrano isolati o incapaci di comprendersi davvero, il piacere di incontrarsi per raccontarsi delle storie diventa una forma di vicinanza. In questo senso il romanzo suggerisce che la memoria non serve solo a ricordare il passato, ma anche a costruire una comunità, un insieme di identità collettive, come ha notato Cristina Taglietti, commentando il decimo posto del romanzo nella classifica di fine anno de La Lettura.

Anche se questo aspetto può sembrare un punto debole, in realtà rappresenta l’elemento di maggior interesse tanto di questo romanzo quanto della narrativa di Strout più in generale.

Il lettore non è interessato infatti alle grandi macchinazioni dell’intreccio o agli stravolgimenti tipici di una trama grandiosa, ma dopo anni di frequentazione ha preso a cuore il destino di personaggi che ha imparato a conoscere e a cui si è affezionato. È molto difficile spiegare a chi non è lettore di Strout il gusto delizioso di ritrovare un personaggio, vederlo crescere e invecchiare, seguirlo mentre costruisce nuovi rapporti con altri personaggi all’interno di un universo narrativo intertestuale estremamente ricco e articolato.

A questo gusto contribuisce naturalmente lo stile di Strout, particolarissimo nel suo essere asciutto, essenziale, quasi invisibile. La scrittura, come già accennato, evita qualsiasi enfasi e lascia spazio alle emozioni dei personaggi in un minimalismo narrativo che, paradossalmente, rende le scene sorprendentemente intense, perché permette al lettore di superare la semplicità di cogliere i silenzi e le sfumature dei dialoghi di cui il testo è ricchissimo.

In definitiva, Raccontami tutto non è soltanto la probabile e tanto attesa conclusione dei due filoni narrativi di Strout, né solo la sincera e sentita occasione di dire addio a luoghi e personaggi a cui si ha avuto il tempo e il piacere di voler bene nel corso degli anni ma è, di per sé, un romanzo che colpisce proprio per la sua apparente semplicità. Attraverso i dialoghi intimi, i ricordi e le piccole storie di vita quotidiana di cui abbiamo parlato, Elizabeth Strout riesce a rivelare la complessità dell’animo umano e il bisogno profondo di essere ascoltati e compresi.

In questo senso, il suo pregio principale risiede proprio nella delicatezza con cui l’autrice racconta le fragilità dei suoi personaggi, senza giudicarli ma invitando il lettore a guardare le loro vite con empatia.

Forse la vita non è semplice e immediatamente interpretabile come Strout vorrebbe farci credere, e probabilmente le persone non sono tanto trasparenti e “pure” come gli abitanti  di Crosby ma, nel leggere questo romanzo, è piacevole farsi trascinare in questa convinzione, mettere in pausa cinismo e idiosincrasia per affezionarsi sinceramente a personaggi, dinamiche ed eventi narrati.

Raccontami tutto è un romanzo che non cerca effetti spettacolari, ma che lascia un’impressione duratura, perché ricorda quanto le vicende umane e il loro racconto — anche se semplici — possano avvicinare le persone e farle sentire meno sole.


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