Musica e Teatro

“Crisi di nervi.” Peter Stein alle prese con tre atti unici di Anton Čechov

di Anna Marinoni

È martedì 20 gennaio. Fuori è già buio, fa freddo, io vorrei tanto essere un orso bruno già in letargo da tempo e non vedo l’ora che arrivi sera per rintanarmi sotto il piumone. Faccio un grande e felice sbadiglio, che si trasforma in un verso di disappunto quando, controllando l’agenda, realizzo che proprio su oggi, alle 20.30, ho segnato in matita «Crisi di nervi, Teatro Donizetti». Se non altro, il titolo è appropriato. Oltre al senso del dovere che mi spinge a non rinunciare al biglietto, a convincermi a non desistere è il fatto che l’autore dei tre atti unici in scena questa sera è Anton Čechov ed io, di Čechov, a teatro non ho ancora visto nulla. Arrivo nel foyer in dignitoso ritardo, agguanto un programma di sala e schizzo verso la platea: una maschera mi guarda un po’ storto, ma sono giusto in tempo per entrare.

Degli otto atti unici scritti dal drammaturgo russo tra il 1884 e il 1891, il regista tedesco Peter Stein per questa nuova produzione ne ha scelti tre – L’orso, I danni del tabacco e La proposta di matrimonio accomunati da personaggi in preda per varie ragioni a litigi, crolli emotivi, crisi di nervi, appunto. Come scritto sul programma di sala, Čechov definiva questi suoi primi lavori degli «scherzi scenici» ispirati alla tradizione della commedia francese e, in particolare, del vaudeville. Nella sua penna diventano piccoli meccanismi drammaturgici cesellati alla perfezione, esasperati ed esasperanti, assurdamente ossessivi; soprattutto, terribilmente divertenti.

Ad accogliermi in platea è un alone di luce rossa puntata sul sipario ancora chiuso, che colpito dai fari diventa di un cremisi innaturale, quasi eccessivo; in sottofondo, una musica come di cartone animato d’altra epoca è diffusa dall’impianto e poi lentamente sfuma, lasciando posto al fruscio quasi impercettibile del sipario che si apre sul primo atto: L’orso. La scena è scura, austera, essenziale: uno spigoloso tavolino nero, su cui è appoggiata la fotografia, dalla rettangolare cornice nera, di un distinto signore baffuto. Vicino al tavolo, una sedia di legno verniciata di nero, così come sono nere le altre sedie nella stanza. Seduta accanto al tavolo una donna vestita di nero, il volto coperto da uno spesso velo nero, compiange il defunto marito. Trattengo un colpevole sbadiglio e penso affranta che tutto questo nero di certo non mi sarà d’aiuto in questa serata letargica. Allo stesso modo, trovo inizialmente respingente l’uso della voce degli attori, che a un primo ascolto mi risulta forzata, innaturale, fastidiosa, resa fredda dallo sforzo di giungere fino alla galleria più alta senza il supporto, ormai quasi sempre utilizzato, del microfono. Mi accorgo presto che quello di cui avevo bisogno era solo un po’ di tempo: per entrare nel crescendo lento ma inesorabile della vicenda – un caso davvero estremo, con tanto sfida a duello, del topos sempreverde di enemies-to-lovers -, per apprezzare una recitazione volutamente eccessiva che è filo diretto di una scrittura che sviscera le emozioni nel loro assoluto e le porta a un estremo quasi bestiale, creando nei personaggi uno stridore isterico fra le ribollenti viscere e le forme ingessate della vita di salotto. Così l’ira del creditore impellicciato (Alessandro Sampaoli) davanti al rifiuto ostinato della vedova in nero (Maddalena Crippa) di restituire un vecchio debito del marito è innanzitutto fisica e lo rende non molto diverso dal grosso predatore peloso del titolo. Fra versi, soffi, lamenti e zampate, e le reazioni sempre più sorprese e affrante del maggiordomo (Sergio Basile), anche la compostezza della vedova crolla e nel piacere della sfida l’odio si tramuta in amore, lo scoppio di uno sparo a salve nello schiocco di un bacio.

Buio, applausi, il sipario si richiude e torna il rosso su rosso dell’inizio, insieme alla musica; il tempo di un cambio scena e si riapre di nuovo sul secondo atto unico, I danni del tabacco, monologo interpretato magistralmente da Gianluigi Fogacci. Questa volta il colore dominante è il grigio, quello del fumo delle sigarette e delle pareti dell’aula, quello dell’incontro fra il gesso bianco della scritta «табак» e il nero della lavagna a cui dà le spalle l’uomo solo in scena, in smoking nero, in piedi davanti al podio. Tutto è pronto per l’inizio della conferenza tranne l’oratore obbligato a tenerla, che tra starnuti e attacchi d’asma si aggrappa agli spasmi di protesta del proprio corpo per dar voce a un desiderio di ribellione mutilato, pietoso e involontariamente ridicolo: quello contro la vita disastrosa che conduce, a suo dire, sotto le tirannie della moglie, che intimorito cerca con lo sguardo oltre le quinte, temendo di vederla apparire all’improvviso. Per Čechov la conferenza diventa il pretesto per una lezione di teatro perfetta sul gusto amaro della risata, su quel meschino e genuino divertimento che proviamo davanti allo sgraziato fallimento altrui; Gianluigi Fogacci, del resto, riesce a restituire ogni sfumatura del dramma terribilmente serio di questo scherzo scenico con cui si diverte l’autore.

Ancora buio, ancora una volta il sipario si chiude e si riapre svelando la scena del terzo e ultimo atto della serata: La proposta di matrimonio. Parete biancastra sporcata da motivi azzurri, un divano rosso al centro, nuovamente tre personaggi in scena: il giovane aspirante sposo Ivin Vassilievic (Alessandro Averone), il padrone di casa Stefan Stefanevic (Sergio Basile in nuova veste) e sua figlia Natasha Stefanovna, la futura sposa (Emilia Scatigno). Una trama semplicissima – una richiesta di matrimonio che renderebbe felici tutte le parti – nel suo svolgimento si trasforma in un gioco di equivoci esilarante, in cui i due giovani punti nell’orgoglio si contendono all’esasperazione il possesso del famigerato “Prato del Bove”. In questo atto finale delle nevrosi indagate dall’autore, Peter Stein mai come prima mette l’accento sul corpo degli attori. In un gioco comico sempre più estremo, i tic dei personaggi degenerano in arti bloccati, attacchi di cuore, convulsioni fuori controllo per finire in una danza di schiaffi e di baci, immagine emblematica e cinica del matrimonio che verrà.

Con nelle orecchie gli applausi che scrosciano festanti dalle gallerie fino alla platea, non posso non dare ragione a Čechov, che con questi suoi «drammi più piccoli del mondo» mostrava come «è molto meglio scrivere cose piccole che grandi: poche pretese e successo assicurato». Ancora una volta, il teatro è riuscito a stanarmi dal desiderio di scomparire sotto le coperte. Ora però guai a chi si mette fra me e il mio letto.

di Anton Čechov
adattamento Peter Stein e Carlo Bellamio

regia Peter Stein
assistente alla regia Carlo Bellamio

interpreti
L’orso: Maddalena Crippa, Alessandro Sampaoli Sergio Basile
I danni del tabacco: Gianluigi Fogacci
La domanda di matrimonio: Alessandro Averone, Sergio Basile e Emilia Scatigno

scene Ferdinand Woegerbauer
costumi Anna Maria Heinreich
luci Andrea Violato

produzione Tieffe Teatro

Premio Le Maschere 2024 per la regia
Premio Internazionale Flaiano 2025 Miglior regia teatrale


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Anna Marinoni

Redattrice di teatro

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