“Festa con casuario” di Leonardo San Pietro: il ritratto grottesco di una generazione incerta
Di Sveva Borla
A una festa universitaria in una magione della Torino bene alle pendici della collina, Leonardo San Pietro mette in scena un teatro grottesco e caotico in cui restano intrappolati svariati tipi umani, più un animale tropicale dai colori sgargianti.
Esterno, giardino. Inizio estate. Isa, vent’anni e studentessa di Lettere a Palazzo Nuovo, organizza una festa nella villa di famiglia con i compagni di corso, gli amici degli amici e, ovviamente, qualche imbucato. Alcol, musica, chiacchiere, sostanze per allentare le inibizioni sono gli elementi che connotano una serata qualsiasi, un classico party universitario, crocevia di identità in transizione, piccole ambizioni misto grandi incertezze e svariati traumi in fase di metabolizzazione.
Escono dalla cucina e passano in silenzio attraverso una sala da pranzo prima di arrivare nel salotto col camino e la porta che dà sul parco. Una quindicina di persone infesta questo luogo fumando languidamente canne su divani purpurei come la nobiltà romana della decadenza, un ragazzo scatta dagherrotipi d’ipocriti sorrisi e pose volgari, qualcuno si scambia salive puteolenti all’ombra di una colonna, il gatto giace sul pouf come un’odalisca, altri sfogano la loro all-you-can-eatica brama sulle patatine, mi sento finito in una tela di Hieronymus Bosch dove sommo emblema infero è lo smartphone. La gente intorno a me si di-verte, distraendosi da qualcosa tipo la morte il silenzio le mille sofferenze della vita, proprio come gli alcolisti o i perenni ascoltatori di musica ripetitiva, che non vogliono sentire più le urla sireniche dei propri pensieri? Oppure si centro-verte, con un movimento contrario a una fuga, un avvicinamento a ciò che conta, come chi legge un libro fino a sentirsi nudo, chi gioca con tutto se stesso, chi impara qualcosa con clàc mentale tipico della gioia di possedere concetti, chi ama? Divertimento o centrovertimento?
Ma ecco che subito la banalità s’incrina e succede una cosa strana, che sulle prime ci intriga e ci fa presagire che, sì, siamo di certo in possesso di un piccolo capolavoro, un Sellerio agile e vincitore del Premio Mondello Giovani 2025 sulla cui copertina blu risaltano in modo incantevole i vivaci colori dell’uccello esotico, un Casuarius casuarius ritratto in un francobollo della Papua Nuova Guinea.

Nel divenire turbolento della festa, compare a un certo punto un regalo misterioso accompagnato da un biglietto sconcertante: se entro l’una di notte nessuno avrà toccato il casuario dei vicini, Ezio morirà. Ma chi è Ezio? È il ragazzo che Isa M più attende comparire alla festa e del quale, invece, nessuno ha notizia. E il casuario? Una specie di struzzo molto meno raccomandabile che per qualche indecifrabile motivo i vicini tengono nel giardino a fianco, come si trattasse di un’ordinaria gallina.
Sono tutti in un silenzio di dolce formicolante complicità.
Grazie a un simile dispositivo narrativo – uno scherzo di cattivo gusto che innesca il meccanismo della sfida assurda – si può dire che la storia ingrani la sua marcia. Il lettore s’incolla al testo e San Pietro lo fomenta grazie a una notevole maestria nel dosaggio del gergo giovanile con riflessioni alte, creando un mix idiomatico, un po’ straniante e un po’ radical chic, che continuamente attrae e respinge, e che coinvolge al punto di voler avanzare velocemente nella lettura, senza tuttavia convincere fino in fondo.
Cadendo sull’erba bagnata e morbida realizza di colpo con una lucidità sicurissima una cosa, e la cosa è che ci personaggiamo tutto il tempo, fissiamo gli altri in una forma che ci è comoda per prevedere quello che faranno ed evitare di avere paura della loro complessità fluida e multiforme e terribile, e va bene così perché ci è utile nella vita di tutti i giorni, ma oltre il sipario nessuno di noi è veramente quello, nessuno può fissarsi in una forma e non essere più paurosamente individuale. […] Non siamo che caos, ed è questo forse il passaggio che ci manca, il passaggio che ci condanna a non capirci come invece capiamo il vento.
Dietro al tentativo di trovare risposte a qualche domanda (che fine ha fatto Ezio? il casuario è un animale pericoloso? chi ha scritto il biglietto? chi ha portato il regalo?), i personaggi cominciano a muoversi, cercano ipotesi, si questionano e avanzano supposizioni che inevitabilmente mettono a nudo le criticità di ognuno e il mormorio interiore che offusca il loro vero essere. Amir, Pab, Luc, Pelle, Isa M, Claudia, Attilio, Tennyson, persino Ezio che mai compare sembrano la stessa persona: agli occhi del lettore i loro traumi si confondono, le riflessioni dell’uno potrebbero appartenere anche all’altro, le loro intuizioni si sovrappongono e i disagi che man mano emergono si fondono nelle pagine intitolate a ciascuno di loro come in un flusso di coscienza giovanile indistinguibile.
Non è detto, per altro, che l’effetto sia per forza disturbante: può non importare, ai fini del romanzo, chi sia davvero Pab, cosa sogni nel profondo Attilio, cosa tema Luc. Come parti di una stessa identità che si muovono insieme in modo magmatico e non ben riconoscibile, i personaggi appaiono tratteggiati con (troppa?) rapidità e ironia, lasciando immaginare che l’autore punti per lo più sulla maschera sociale. Lo fa dire, in effetti, a un certo punto, a uno invitato:
La tua festa? È il trionfo delle persone, nel senso latino. Maschere, vacue larve che volteggiano come condor inconsistenti sulla carcassa della civiltà occidentale.
Emergono tipi sociali statici più che individualità profonde, lasciando il lettore orfano dell’approfondimento psicologico su ognuno: figure forse funzionali alla dinamica della sfida col casuario ma, in fin dei conti, eroi ed eroine che non si arriva a conoscere davvero e il cui tratto più caratterizzante è il linguaggio che utilizzano. Se decidiamo di perdonare Leonardo San Pietro per non averci regalato dei personaggi compiuti, possiamo comunque complimentarci con lui per l’uso che dimostra di saper fare della lingua.
La scrittura è notevole: veloce, dialogica, ricca di slanci ironici e di passaggi che tentano di restituire la confusione mentale dei ventenni alle prese con alcool, sesso, ansie e futuro.
– Chissà come funziona la sofferenza delle persone. Te lo chiedi mai?
– In che senso?
– Non sappiamo nulla di come funzioni. È cinque centimetri dietro la fronte, e bastano cinque centimetri a non farci capire nulla. Condiziona tutti i nostri gesti, dal primo all’ultimo, eppure affiora solo ogni tanto, e quando succede ci stupiamo e diciamo oh, ma da dove salta fuori, e invece è sempre stata lì, invisibile, intricatissima, solo cinque centimetri dietro la fronte, a scrivere la nostra vita.
Mentre la festa prosegue indisturbata, la tensione sembra crescere (senza mai prendersi troppo sul serio) intorno alla prospettiva del confronto con il volatile tropicale. Se si vuol trascendere l’animale e interpretarlo come una metafora, vediamo allora che dei giovani colti sul più bello del loro cazzeggio si preparano senza troppo entusiasmo a confrontarsi con qualcosa di esistenziale, forse una lotta per scoprire qualche possibilità di futuro oltre le loro paure, oltre l’angoscia dell’incerto, della prova, del buttarsi.
L’idea da cui Festa con casuario prende le mosse è originale e persino cinematografica; interessante l’unità di spazio e tempo aristotelica in cui tutto si svolge e si compie; di una certa efficacia il periodare di Leonardo San Pietro che sa di saper usare la penna. Bella l’idea dei capitoli narrati con l’obiettivo puntato su personaggi diversi, particolarmente riuscito quello dedicato all’imbucato Y, di cui non sappiamo il nome, che non conosce nessuno e vede tutto dall’esterno un po’ come i lettori stessi.
Eppure, nonostante una serie di evidenti punti di forza, il breve romanzo non convince fino in fondo: sembra risolversi troppo velocemente e la sensazione con la quale si chiude il libro è quella di non aver esattamente capito dove l’autore volesse andare a parare.
Avremmo di certo avuto almeno bisogno di conoscere meglio i suoi personaggi, questi giovani, simpatici e che fanno un po’ gli sciocchi, con tormenti comprensibili ma ancora immaturi, che forse, se solo avessimo potuto pensarli adolescenti invece che universitari, forse tutta l’operazione sarebbe risultata molto più plausibile.
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