Dove siedono i morti
Nel corso di una lunga carriera, Michele Mari ha abituato il suo pubblico selezionato a una cadenza di pubblicazioni invidiabile: una nuova uscita ogni 2 o 3 anni circa, salvo intervalli più estesi nei periodi di minore produttività. Se si considera la frequenza particolarmente sostenuta degli ultimi tempi, è comprensibile che un romanzo come I convitati di pietra – almeno inizialmente – sia passato inosservato. Si tratta, tuttavia, di una disattenzione non giustificabile, poiché questo libro si candida a essere una delle migliori prove d’autore del panorama letterario italiano del 2025.
I convitati di pietra di Michele Mari

È possibile riconoscere un filo rosso che attraversa buona parte della narrativa di Mari: almeno da Tu, sanguinosa infanzia (1997) fino a Leggenda privata (2017). Una serie di romanzi accomunati dalla rievocazione dell’infanzia o – quando non intesa in senso stretto – perlomeno di quello spazio vitale che può essere allargato alla dimensione della giovinezza e ai suoi immediati dintorni. Un territorio insieme biografico e simbolico in cui si depositano le prime forme dell’immaginario. È piuttosto evidente che pure I convitati di pietra – almeno nelle premesse – si confermi su questo tracciato. Precisamente, è nel modo in cui si sviluppa il dialogo tra la sfera giovanile e quella della senilità che si amplia l’orizzonte tematico: introducendo un confronto più esplicito tra le età della vita. È la tensione tra l’alba e il tramonto dell’esistenza – tra le memorie giovanili e la coscienza del tempo che declina – a suggerire un’affinità con Verderame (2007) con cui I convitati di pietra effettivamente condivide l’interesse per un confronto tra stagioni anagrafiche diverse.
Nella sua recensione per La Balena Bianca, Michele Farina osserva in modo convincente come Mari sia riuscito a raccontare meglio da una prospettiva infantile, o adolescenziale, piuttosto che da quella senile.1 Che questo sia l’inizio di un nuovo corso tematico o più semplicemente una sfida personale, in ogni caso il risultato non cambia. Mari resta uno dei pochi scrittori italiani contemporanei ancora capace di combinare la giocosità della sperimentazione letteraria a un dialogo credibile con la tradizione. I convitati di pietra è quindi un romanzo colto d’intrattenimento – forse, prima colto che d’intrattenimento – fantasmagorico e umoristico come ci si aspetterebbe dal suo autore.
Il lessico è generalmente alto, iperletterario, una specificità che va a nozze con i periodi ampi, ipotattici, di cui Mari ha fatto la sua firma negli anni. Per quanto riguarda l’intertestualità, questa rimane il dispositivo narrativo cardine del romanzo. Un tono alto, dunque, ma che si attenua grazie all’ironia citazionistica e attraverso una speciale alternanza tra registro erudito e grottesco. Di pari passo il ritmo procede per accumulo: lunghe sequenze riflessive intervallate da scarti improvvisi, questa è la macchina narrativa dietro l’atmosfera di paranoia crescente che regge fino alla conclusione. E I convitati di pietra, in fin dei conti, si rivolge allo stesso pubblico di fiducia che – un po’ come i malinconici convitati del romanzo – via via che il tempo passa, si ridurrà di numero alla tavola delle rimpatriate finché non resteranno che cenere e una monografia su Gene Hackman.
Per quanto ci ripensassero e ne discutessero insieme, non riuscirono mai a stabilire chi avesse avuto l’idea.2
È comune a tutti quel senso di vicinanza, al contempo spoglio di qualsiasi famigliarità, che solo i raduni scolastici possono trasmettere. Ma non è esclusivamente questo sentimento di nostalgia profonda – insieme confortante – a tenere uniti gli ex alunni della III A del liceo classico Berchet di Milano dalla fine dell’anno scolastico 1973-74. Ecco che entra in scena la «Riffa», il vero protagonista del romanzo. Si tratta di una lotteria nata per scherzo nell’estate del primo anniversario della Maturità: una competizione basata sull’accumulo di un capitale destinato a entrare in tasca soltanto al più longevo dei partecipanti al gioco. Ogni aspetto che riguarda la «Riffa» è rigidamente regolamentato e sottoposto al massimo grado di segretezza da parte degli iscritti: qualcosa che ricorda le ben note tradizioni carbonare milanesi o – per restare in ambito letterario – il meccanismo di selezione dei giovani narratori delle giornate del Decameron.
Quello della lotteria della III A è un piano sofisticato, quasi impeccabile in ogni suo dettaglio. Ed è qui che Mari strizza l’occhio al lettore malizioso, quando, con l’ammontare della caparra e gli anni passati a decine senza gravi perdite, i convitati si dividono in piccoli gruppi di interesse per tagliare il traguardo ai danni dei compagni. Quale espediente migliore per far riemergere i non-detti, le antiche ostilità e l’avarizia: la più distruttiva delle passioni umane. Da lì il passo è breve a sviluppare pensieri ossessivi, a tramare perfidi intrighi tra i pretendenti della «Riffa». Si capisce che l’allargamento di questa spirale di congiure e fraintendimenti giochi un ruolo decisivo nel solleticare le curiosità più basse, sadiche, celate in ogni lettore. Unico disappunto, un finale troppo consolatorio, patetico, che in qualche modo smorza la cifra cinica e spietata distintiva del romanzo fino a quel punto. In questo caso, si potrebbe parlare di un vizio di coerenza dal momento che la narrazione costruisce una distinta estetica della crudeltà per poi virare sul consolatorio ottenendo la percezione di un cedimento strutturale.
Ma perché rimanere fedeli a quell’energia, se era ormai poco più che un ricordo, qualcosa da tematizzare, da commentare, da citare, ma non più da vivere? Di che affetto si trattava? […] Quanto al fastidio, vi concorrevano almeno due fattori: il primo era legato all’incapacità di accettare un invecchiamento che l’aspetto stesso dei compagni gli ricordava spietatamente: nessuna illusione, quando ti rispecchiavi nella loro canizie, nelle loro rughe, nelle loro gobbe. Il secondo era legato alla riffa, che come un reagente chimico aveva svelato nei più una spudorata avidità.3
Come detto, I convitati di pietra è una favola satirica, un romanzo che riesce a essere orgogliosamente anti-borghese senza cadere in cliché troppo scontati. I personaggi messi in scena da Mari sono spocchiosi, decrepiti, la crème de la crème dell’upper class autoctona milanese. Il cuore dell’opera è quindi la demolizione dell’ipocrisia borghese: i convitati sono in gran parte intellettuali, liberi professionisti e qualcuno perfino nobile, come l’insopportabile Rivadeneyra e la vampiresca Bathory. Gente in apparenza rispettabilissima che attraverso il gioco infernale della «Riffa» rivela tutto il suo egoismo, superstizione e violenza. È forse possibile che l’inabilità di uscire da questo meccanismo sia una metafora dell’incapacità della classe dominante di superare le sue sovrastrutture, la propria falsa morale? È agli atti che tutti i soggetti principali accettano l’inquietante con una passività sconcertante, dimostrandosi il riflesso ideale di un paese – come l’Italia di oggi – sulla via del cimitero.4
all’altezza dei sessant’anni forse si sarebbe potuto provare a immaginare, sulla base degli acciacchi prima e delle infermità più serie […] per conferire una previsione, o una scommessa, o un azzardo, come giocatori al tavolo della roulette5
Se, da un lato, la goliardia de I convitati di pietra non può fare a meno di rievocare il topos italianissimo della rimpatriata di classe in stile Amici miei (1975) di Germi e Monicelli o Compagni di scuola (1988) di Verdone, è altrettanto chiaro che – sul fronte della denuncia anti-borghese – ci sia una corrispondenza ambiziosa con L’angelo sterminatore (1962) di Buñuel. Il che ha senso pensando come, dopotutto, questo romanzo è l’unione convincente di umorismo colto e personaggi quanto mai grotteschi – indimenticabile il Parkinson di Brodo in triangolo con Ricci e Bathory –, il tutto calato in un fitto reticolo di citazioni tanto metaletterarie quanto al mondo del cinema. E, a onor del vero, I convitati di pietra sembra proprio nato con la vocazione di quei libri destinati a ricevere una trasposizione cinematografica.
Morti di malattia (aneurisma e infarto compresi): 9
morti per droga: 1 (così infatti credeva di Mentasti)
morti per incidente: 3
suicidi: 3
omicidi: 4
buonuscite: 2
espulsi: 1
totale: 23
In effetti i casi di cattiva salute erano solo dieci, forse la III A non era poi così marcia. Semmai davano da pensare i casi di morte violenta, sempre dieci: era normale che in sette-otto anni, dal frontale in Umbria all’investimento del Mascolo, fossero morte nove persone? Ma bastavano gli omicidi, quattro in tre anni! Se non marcia doveva essere maledetta, una classe così.6

M. Mari all’Università degli Studi di Milano nel 2019
Si direbbe che la vera presenza inquietante de I convitati di pietra sia l’invecchiare e, di conseguenza, il sistema della «Riffa» andrebbe letto come un tentativo di ingannare la morte per sfuggire all’inesorabile scorrere del tempo. La scelta di rappresentare questo eterno dilemma umano attraverso la metafora del gioco chiama a sé un grande capolavoro della storia del cinema, vale a dire Il settimo sigillo (1957) di Ingmar Bergman: in particolare si veda la scena del cavaliere che sfida a scacchi la Morte per rimandare la sua fine. Anche qui il gioco si riscopre come lo spazio simbolico in cui l’uomo esercita la propria ragione contro l’ignoto che tutti accomuna e che è la morte stessa. Giocando – o meglio, temporeggiando – si guadagnano minuti preziosi e ci si illude umanamente di avere controllo razionale sulle cose. La morte, dal canto suo, spezza ogni sistema di regole conosciuto in vita, mentre nel perimetro del gioco il caos quotidiano trova un suo rassicurante ordine provvisorio.
L’idea è semplice e vertiginosa:
se Dio esiste e credi, guadagni l’eternità;
se non esiste e credi, non perdi quasi nulla;
se esiste e non credi, perdi tutto7
La «Riffa» richiama inevitabilmente la scommessa di Pascal: un azzardo razionale che trae in salvo dall’incertezza assoluta. E in questa accezione legata alla fede, la scommessa è priva di reali conseguenze, rendendo l’azzardo una forma estrema di razionalità applicata al mistero spirituale. Tuttavia – al contrario del gioco – la scommessa richiede decisione, non abilità. Come dimostrato da Kierkegaard, l’azzardo non è che un salto nel buio: un pericolo. Quindi non c’è alcuna garanzia dell’esistenza di Dio in questo all-in disperato. È qui tutta la mostruosità che comporta scommettere contro la morte – come accade nel romanzo – ossia vivere oltre il limite umano puntando la propria esistenza su uno scopo senza la certezza di aver scelto bene.
Vincolandosi a quel disegno, si erano messi nella condizione di non poter pensare alla morte in sé, alla morte in assoluto, né tantomeno alla propria8
Ecco che si rivela il valore tragico della scommessa: è il contrario dell’inganno, dal momento che scommettere equivale a un’esposizione totale al rischio, al caso, che viene accettato consapevolmente senza alcuna garanzia di salvezza. Ed è questo il destino sinistro dei convitati di Michele Mari: trascorrere una vita a ingrassare un tesoro di cui nessuno dei partecipanti alla «Riffa» potrà mai godere pienamente. Ma fino all’ultima cena, i convitati faranno ritorno al banchetto – composti, in silenzio rituale – affinché ne rimanga solo uno. Perché qui siedono i morti: muti come tombe nei loro talami imbiancati.
- https://www.labalenabianca.com/2026/02/18/romanzi-a-orologeria-su-i-convitati-di-pietra-di-michele-mari-michele-farina/ ↩︎
- M. Mari, I convitati di pietra, Einaudi, Torino 2025, p. 3. ↩︎
- Ivi., p. 47. ↩︎
- Un paese in cui l’età mediana della popolazione è destinata a salire inesorabilmente sopra i 50 anni da qui al 2030 (fonte: https://www.statista.com/statistics/1074399/forecasted-median-age-of-italian-population/) ↩︎
- M. Mari, I convitati di pietra, p. 6. ↩︎
- Ivi., p. 102. ↩︎
- B. Pascal, Pensieri, frammento n. 418. ↩︎
- M. Mari, I convitati di pietra, p. 5. ↩︎
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