Cinema,  Filosofia

Il Sacrificio oggi – Siamo disposti a cambiare?

Il sacrificio

Correva l’anno 2016 e la one-man band “I Cani” faceva uscire il suo terzo e ultimo album, Aurora. All’interno del disco vi sono singoli che parlano di conclusioni, rotture, punti d’arrivo. Per Contessa, l’uomo dietro al progetto, ciò che non finirà mai, invece, è proprio il senso di una storia che ha raggiunto l’episodio finale: 

Solo il senso che la storia sta finendo/ quello stai sicura che non finirà mai. Solo il senso che stia per scadere il tempo/ quello stai sicuro che non finirà mai.

Non finirà – I Cani

Quattro anni fa non affrontavamo pandemie globali dalle conseguenze catastrofiche nel breve termine, eppure la sensazione che stessimo esaurendo gli anni a nostra disposizione era tanto attuale quanto oggi. D’altronde il nostro agire come comunità umana pare imporci un mesto destino, una sorte la cui possibile via di fuga è stata da tempo trascurata, fino ad arrivare oltre a un punto per la quale non esistono freni sufficientemente performanti per salvarci e permetterci di ricominciare. Non ci sarà nessun sacrificio in grado di annullare i nostri errori. Siamo un’arca che galleggia su di un fiume, la cui foce è l’abisso. 

Non siamo i primi a sentire questa annichilente sensazione, la paura di non avere un futuro, di non vederlo per i propri figli, sentendo così la sensazione della nostra assoluta mortalità: nessuno che potrà ricordarci, nessuno che potrà testimoniare la nostra esistenza, il nostro passaggio. Molti prima di noi hanno creduto che il mondo stesse per finire: per via del giudizio universale, dell’armageddon, di un meteorite, di un bug che avrebbe fatto crollare il funzionamento di tutta la rete di computer, dall’arrivo dell’invasore bianco, dalle previsioni di un calendario maya. 

Nella seconda metà del 900 quello che spaventava i nostri padri era l’eventualità di un olocausto nucleare, la minaccia e l’inquietudine che caratterizzava gli anni della guerra fredda. Tra le tanti voci che, attraverso la loro arte, hanno cercato di incanalare e trasmettere l’opprimente senso di angoscia e sgomento che l’ipotesi di una bomba lanciata all’improvviso poteva dare, Tarkovskij è una di quelle che più è rimasta nella storia del cinema. 

Il film ”IL SACRIFICIO” del 1986, canto del cigno del regista sovietico che morirà proprio quell’anno, esplora la tormentante idea dello scoprire che il mondo sta finendo e il realizzare la nostra impotenza di fronte a questi grandi eventi, la nostra insignificanza rispetto al correre inarrestabile della storia. 

Il protagonista Alexander festeggia il suo compleanno insieme alla famiglia e gli amici nella sua dimora. L’allegria e il compiacimento vengono interrotti dalla notizia trasmessa dalla televisione di una imminente ed inevitabile catastrofe nucleare. Le reazioni sono molteplici tra i membri della compagine.

Uno sguardo che ad oggi potremmo giudicare come maschilista porta le donne ad essere rappresentate come isteriche e nevrotiche, bisognose di essere sedate dal dottore, per fare in modo di arrestare le loro reazioni fuori misura, anche andando incontro al volere delle suddette. Anche di fronte alla fine del mondo la società non abbandona le relazioni di controllo che l’hanno sempre governata e le narrative che sostengono questi discorsi di potere: le donne devono essere gestite e controllate da gli uomini, creature razionali e logiche, che affrontano la notizia con una disperazione più silenziosa e controllata, nonostante l’avvilimento e la depressione interiore. 

Ai tempi della pandemia del covid19, questa visione ci risulta ingenua ed arcaica, superata non solo da una coscienza più egualitaria, ma anche da fatti concreti. Non a caso, come scrive il Corriere della Sera, le donne leader si sono dimostrate all’altezza del difficile compito: Coronavirus, e se le donne (al governo) si difendessero meglio? Da Merkel a Jacinda, la lezione di sette leader

Nel mentre in cui gli adulti discutono e si tormentano, il piccolo figlio di Alexander è lasciato all’oscuro di tutto. Per tutta la pellicola il bambino non sarà in grado di parlare, per via di una operazione alla bocca, salvo poi interrompere questo silenzio forzato solo in parte per recitare la battuta finale. Il suo silenzio simboleggia l’impossibilità delle nuove generazioni di esprimersi, di entrare a far parte di coloro che devono gestire il governo, o incapaci di comunicare le loro verità alle generazioni precedenti, bloccati dal poter influenzare le decisioni da prendere. 

Alexander, il patriarca della famiglia, l’uomo intorno alla quale ruotano tutti gli altri personaggi, sente di avere sulle sue spalle il peso e la responsabilità della vita dei suoi cari e del mondo intero.

Nonostante il film si apra con un dialogo che attesta la sua non esistente relazione con Dio, Alexander si rifugia nella fede, appellandosi direttamente al Creatore, e nella superstizione, credendo di poter fermare le bombe attraverso la copulazione con la domestica, creduta una strega da uno dei personaggi. 

Tarkovskij ci dice ciò che Feuerbach, Stirner, Marx e Nietzsche hanno già detto da tempo: il fatto che Dio, o qualsiasi altra essenza metafisica, sono solo un palliativo per placare il nostro bisogno di risposte, di conforto, di soluzioni. Nei momenti di sconforto più profondo, persino un ateo può rivolgersi a ciò di cui ha sempre dubitato per cercare conforto, per trovare la speranza che qualcosa di inevitabile possa essere nullificato. Si vorrebbe chiedere una seconda possibilità, per poter tornare alla normalità, sentimento che è vivamente sentito da gran parte della popolazione italiana. Ma tornati alla normalità siamo pronti davvero ad agire in modo da poter evitare gli altri destini che ci attendono o le nostre sono lacrime di un peccatore che chiede in ginocchio perdono per un vizio che non ha intenzione di abbandonare? 

Alexander promette a Dio che, in cambio della salvezza, avrebbe rinunciato a tutto: i suoi affetti, la sua casa, persino a suo figlio. Tutto quello che lo lega alla terra. Eppure, di fronte ad un mondo che sta finendo, questi sacrifici non sembrano così significativi. 

Una parte di Alexander deve aver sperato che la fine fosse una finzione, ed averla utilizzata come scusa. Una scusa per ricominciare, separandosi da tutte le catene precedenti,  distruggendosi e ricreandosi in una nuova forma. 

In questa situazione di inquietudine, non spero nel sacrificio di tutto quello che conoscevamo e amavamo, non auspico un nuova partenza dagli inizi, ma mi auguro che ne derivi una nuova modalità di percepire il nostro rapporto con la terra, realizzando quanto siamo disarmati di fronte alla natura, come sia necessario essere cauti e preparati di fronte alle calamità che verranno. Perché verranno e può darsi che ci faranno rimpiangere il nemico silenzioso che stiamo combattendo ora. 

Il film si conclude con la casa di Alexander applicata a fuoco da Alexander stesso, e un mondo che continua. Non possiamo lasciare che la casa dell’Uomo faccia la stessa fine.


arateacultura.com https://it.wikipedia.org/wiki/Sacrificio_(film)