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“Inverness” di Monica Pareschi: tutta la vita che c’è nel racconto.

di Sveva Borla

Lunga vita al racconto e a tutto il mondo che in esso germoglia. Con Inverness Monica Pareschi, Finalista al Premio Campiello 2025, torna dopo dieci anni dalla sua prima opera È di vetro quest’aria, restituendoci otto racconti in cui, con uno sguardo implacabile e un linguaggio che non perde mai la tensione verso il sublime, mette in scena un bailamme di sentimenti scomodi, persino vergognosi, che senza pudicizia rivelano la verità di ciò che siamo.

In queste pagine, pubblicate dalla piccola casa editrice Polidoro-Interzona, la forma del racconto breve assume una nuova vitalità e chiede al lettore una disponibilità particolare, una capacità di aderire alla scrittura riempiendo i silenzi e gli interstizi che la prosa lascia aperti. Monica Pareschi esercita la sua arte proprio in quello spazio che costringe il lettore, molto più che nel romanzo, a confrontarsi con ciò che manca e con il non detto, mantenendo una tensione evocativa sempre altissima.

Traduttrice di lungo corso, premiata con il prestigioso Gregor von Rezzori per la resa in italiano di Cime tempestose di Emily Brontë, Pareschi ha dato voce nel tempo ad autori come Christopher Isherwood, Doris Lessing, Paul Auster, Shirley Jackson e Claire Keegan, della quale ha curato l’edizione italiana di Piccole cose da nulla per Einaudi che le è valso il Premio Fondazione Capalbio nel 2023. 

La pratica quotidiana di traduttrice si riflette in modo evidente anche nella scrittura originale: il suo è un corpo a corpo con la parola, un lavorìo minuzioso in cui ogni termine scelto sembra l’unico possibile, nato da una lotta con le opportunità semantiche, foniche, ritmiche del linguaggio. La sintassi, pulita e diretta, è sempre splendida, elegante, esteticamente bella anche quando racconta il sordido. L’essenzialità, poi, diventa un veicolo di immagini puntuali, scarti improvvisi, fenditure attraverso cui il reale si rivela in tutta la sua scomoda e indicibile crudeltà. 

I racconti di Inverness mettono in scena personaggi alle prese con situazioni crudeli, morbose e paradossali. Le storie si sviluppano intorno a un incontro – desiderato, temuto, mancato – che diventa la cartina di tornasole per svelare la sostanza delle relazioni umane. Sono incontri che raramente conducono a un vero riconoscimento reciproco, trasformandosi più spesso in collisioni, tormenti e baci tossici. Le pagine di Monica Pareschi sono pervase da una paura ancestrale: donne e uomini ma anche bambini e ragazze sembrano temere con la totalità dei loro sensi la presenza dell’altro come essere umano; ne avvertono la minaccia e quando si amano e si odiano sono spesso impacciati, ostacolati dalle piccole ossessioni che ci rendono così mortalmente umani. 

Inverness di Monica Pareschi
Copertina di “Inverness” (Polidoro-Interzona 2025).

C’è nel titolo il rimando a un luogo di freddo scozzese, protagonista anche dell’ultimo racconto, un termine che nel sentire italiano contiene in sé semanticamente la parola “inverno” e che diventa cifra dell’intera opera: una sorta di “invernitudine”, come la definisce l’autrice, una sensazione viscerale di congelamento che raggela emotivamente i personaggi, rendendoli più ricettivi agli elementi naturali o alla presenza animale che non ai propri simili. E proprio gli animali che compaiono nelle storie della Pareschi sembrano assumere un ruolo significativo, manifestandosi in modo inquietante come presenze rivelatrici in grado di definire verità che i rapporti umani faticano a esprimere.

L’uso squisito che viene fatto delle parole e la ricerca nel loro accostamento non è mai volta a un risultato estetico fine a se stesso. L’autrice riesce anzi a narrare con perizia specie ciò che è ripugnante, facendolo percepire con tutti i sensi e producendo nel lettore l’effetto di pervasione da un odore repellente, di disgusto per un sapore nauseante o di pelle d’oca per una sensazione tattile fastidiosa.

La noia la squarta: le scopre i nervi, le radici dei denti. Si gratta le croste sulle gambe, e i graffi non si rimarginano mai. Si strappa i capelli uno per uno, sempre nello stesso punto, trovando un sollievo momentaneo nella conquista del grasso follicolo bianco, con la sua capocchia nera e spessa in cima.

In cima l’aria è come quella che esce dai forni, col calore che scoperchia le cose, e dalle cose scoperchiate striscia fuori una specie di sozza e torpida vita. La bambina sente, nell’ordine: lana di materassi impregnata di umori dolci, malati, sonno rancido, materia putrefatta, cibo freddo rappreso, attesa, fiato.

Anche a livello narrativo, l’oscillazione è continua fra attrazione e repulsione, desiderio e nausea, fame di esperienze tipico dell’età giovanile e peso delle esperienze accumulate proprio dell’età adulta, in un teatro della crudeltà quotidiana in cui smania di potere, volontà di sopraffazione, piacere ambiguo dell’essere vittima si alternano e si mescolano in un gioco di forze che non trova pace.

La scrittura di Monica Pareschi, che si regge sul non detto e che produce un effetto avvolgente, quasi sensoriale, immerge il lettore in un’atmosfera straniante, fragile eppure irresistibile. Scava nella materia viva dei sentimenti, portando in superficie ciò che più ci spaventa di noi stessi, suggerendo al lettore l’universale lezione d’apprendere, ovvero che la letteratura non consola bensì mostra


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Sveva Borla

Redattrice di Letteratura