Letteratura

Le mosche di Sartre e Tempo di uccidere di Flaiano

Di Bianca Infurna

 

In piena guerra, nel 1943, Sartre termina di scrivere il suo primo dramma, Le mosche, un’originale riscrittura delle Coefore di Eschilo. Pochi anni dopo, nel 1947, in Italia viene pubblicato Tempo di Uccidere di Ennio Flaiano. In entrambe le opere, la dimensione allegorica è intimamente legata all’intento di denunciare le mistificazioni coloniali. Ne Le mosche, Oreste ritorna ad Argo, sua città natale, dopo un lungo esilio e la ritrova invasa dalle mosche e dalla morte. Incontra sua sorella, Elettra, che gli racconta come, durante il dominio di Egisto e Clitennestra, sia diventata “l’ultima delle serve”. Elettra eccita alla violenza Oreste: anela alla vendetta del loro padre, Agamennone, attraverso l’uccisione di Egisto e Clitennestra. Oreste si risolve a compiere il delitto, conquistandosi l’odio dei cittadini di Argo. Giove allora si offre di guarirlo dal male che si è procurato, ma Oreste non ne vuole sapere e abbandona la città inseguito da centinaia di mosche.

Tempo di Uccidere racconta le disavventure e i delitti di un tenente dell’esercito italiano in Etiopia. Una sera conosce un’indigena e, dopo un allucinato rapporto sessuale con lei, la uccide. Si convince di essere perseguitato per l’omicidio, pensa di avere la lebbra, comincia a rubare… Solo dopo che approderà nella capanna del vecchio saggio Johannes comincerà a guarire. Malgrado ciò, lascerà’ l’Etiopia senza la certezza di essere veramente risanato. Non è solo l’immaginario delle due opere a presentare delle somiglianze ma è anche attraverso la scelta di immagini affini che i due autori si misurano su alcuni temi comuni.

La prima banale osservazione che si può fare è che sia Le mosche di Sartre che Tempo di uccidere di Flaiano sono ambientate in luoghi simili e ugualmente ostili. Argo, città mortifera e fiaccante, una “maledetta borgata che si rosola al sole” rinvia all’Africa di Flaiano, un’Africa i cui sentieri “puzzano di muli morti”. E’ importante notare come queste descrizioni riflettano rispettivamente il punto di vista di Oreste e del Tenente, entrambi stranieri nei luoghi in cui si trattengono. Come nei ricordi di Oreste Corinto è una città bellissima “dove le ragazze s’abbigliano o suonano il liuto”, anche nelle previsioni del Tenente ad aspettarlo in Italia ci sarà Lei, “sorridente”, a consolarlo. Il loro soggiorno all’estero diventa allora una buona occasione per “sgranchirsi la coscienza”, trasformando quei luoghi in uno “sgabuzzino di porcherie”.

Il modo con cui Oreste e il tenente si sgranchiscono la coscienza quando giungono in questi luoghi sembra essere strettamente correlato all’ideologia imperialista che caratterizzava gli anni Trenta. A proposito della continuità che c’è tra la propaganda diffusa in patria e “l’imperialismo straccione” a cui, seppur nella finzione, i due protagonisti contribuiscono, si è pronunciato anche Federico Fellini, in un’intervista relativa al suo film Amarcord. Quando Valerio Riva chiede a Fellini come egli veda il fascismo il regista risponde che “senza voler minimizzare le cause economiche e sociali del fascismo” è più interessato alla maniera psicologica di essere fascisti, secondo lui “una sorta di arresto alla fase dell’adolescenza”. I “grovigli compensatori” che sostituiscono il “naturale sviluppo di un individuo” possono indurre alcuni a credere che il fascismo sia “una alternativa alla delusione, una specie di velleitaria e sgangherata riscossa”.

I protagonisti de Le mosche di Sartre e di Tempo di uccidere di Flaiano sembrano presentare molti dei sintomi della “malattia del fascismo” di cui parla Fellini. Sia Oreste che il tenente hanno la stessa tendenza nella propria coscienza a trasformare i crimini commessi in qualcos’altro. Ne Le mosche, Giove invita Oreste, che ha appena assassinato Egisto, ad abbandonare le sue arie da grand’uomo, avvertendolo che queste non si confanno a un “colpevole che espia il suo delitto”. Ma Oreste risponde “Io non sono un colpevole e tu non potrai farmi espiare quello ch’io non riconosco come un delitto”. Allo stesso modo il tenente liquida “quei fetori dolciastri” (che lo perseguitano da quando ha ucciso la donna etiope). Li ritiene soltanto un frutto della sua “scossa immaginazione”. Egli si rassicura, poi, ripetendo a se stesso che “non esisteva una vendetta di Mariam, più che non esistesse un mio delitto”. E prima ancora: “Seppellita la donna, il delitto non è nemmeno più tuo, subentrano altre competenze.”

E’ un altro passaggio dell’intervista di Fellini a suggerirci un interpretazione di questi comportamenti: “Ho l’impressione che fascismo e adolescenza continuino ad essere in una certa misura stagioni storiche permanenti della nostra vita.  Questo restare eternamente bambini, scaricare la responsabilità sugli altri, vivere con la confortante sensazione che c’è qualcuno che pensa per te”.

Quando poi Oreste e il tenente decidono di riconoscere il crimine come tale, allora questo è valido solo per offrire loro una misura con il resto del mondo.

“L’aver ucciso Mariam ora mi appariva un delitto indispensabile, ma non per le ragioni che me l’avevano suggerito. Più che un delitto, anzi, mi appariva una crisi, una malattia, che mi avrebbe difeso per sempre, rivelandomi a me stesso. Amavo, ora, la mia vittima e potevo temere soltanto che mi abbandonasse”.

Tempo di uccidere, Ennio Flaiano

“Credi che io vorrei impedire di essere per sempre l’assassino? Io ho compiuto il mio atto, Elettra, e quest’atto era buono. Lo porterò sulle spalle come un guadatore porta i viaggiatori, lo farò passare sull’altra riva e ne renderò conto. Sino a ieri camminavo a caso sulla terra e migliaia di strade fuggivano sotto i miei passi, perché appartenevano ad altri. Le ho prese tutte a prestito, quella degli alatori, che corre lungo il fiume, e il sentiero del mulattiere e la strada selciata dei carrettieri. Ma nessuna era mia. Oggi ce n’è una soltanto, e Dio sa dove conduce. È la mia strada.”

Le mosche, Jean Paul Sarte

Erano forse stufi della “limitata libertà giocherellona” di cui godevano in patria e che secondo Fellini consente soltanto di coltivare “sogni ridicoli” tra cui “il sogno orientaleggiante che riguarda la donna”? Qualunque sia la risposta, questo perverso modo di affermare la propria libertà è possibile solo sopraffacendo i più deboli ed è dunque proprio del più vile degli assassini. Giove lo ricorda ad Oreste: “Tu fai troppo il fiero, hai colpito un uomo che non si difendeva e una vecchia che chiedeva grazia”.

Ma la meschinità di queste forme di violenza ha un prezzo. Il silenzio dei nativi, infatti, cela un giudizio severo, e gradualmente i due antieroi (Oreste e il tenente) scoprono che tra le piaghe di diversa natura che sembrano dilagare in questi posti c’è anche e soprattutto la piaga rappresentata da loro stessi. Il tenente giunge a questa consapevolezza dopo il suo approdo alla capanna di Johannes, quando si accorge che non è scontato che la contorta forma di stima che prova nei confronti dell’anziano sia ricambiata. “Appariva più rabbuiato del solito, mi lanciava sguardi carichi di un odio così profondo che sempre più mi rallegrai di doverlo lasciare. Invano cercavo di spiegarmi le ragioni del suo rifiuto, finché dissi che potevo cercarle nel tumulo dello spiazzo, cioè nell’essere io alleato di coloro che avevano contribuito a riempirlo”.

Oreste sarà guidato da Giove in questa realizzazione in modo ancora più esplicito. Dopo aver ucciso Egisto e Clitennestra, il giovane si vanta di aver salvato la sua città natale, ma il dio incredulo lo avverte: “Tu? Sai chi c’è dietro quella porta? Gli uomini di Argo, tutti gli uomini di Argo. Aspettano il loro salvatore con pietre, forche, randelli per dimostrargli la loro riconoscenza. Tu sei solo come un lebbroso”.

Chiara Mengozzi nel saggio Lo sguardo e la colpa spiega che Sartre sviluppa la dialettica servo-signore di Hegel, accentuandone “l’aspetto agonistico e conflittuale”. Nel caso specifico de Le mosche sembra che “l’aspetto agonistico e conflittuale” sia posto in rilievo attraverso l’insistenza con cui si ricalca la differenza di punti di vista. Colui che occupa un territorio straniero col pretesto di essere un liberatore è per i locali un terrorista a tutti gli effetti.

Colonilalismo

C’è un momento in Tempo di uccidere in cui si intravede la possibilità di una rinuncia da parte del protagonista del ruolo di liberatore-terrorista:

“Me ne sarei andato. Ero un intruso, tra quei cadaveri. Io ero, semmai, un cadavere diverso, anelavo ancora alla vita. Perciò il villaggio era contro di me, come del resto tutta la valle. Anche quei versetti che leggevo erano contro di me, mi accusavano con l’insistenza e la crudeltà delle parole semplici che improvvisamente riacquistano il loro significato. Ero un assassino, un ladro, un malato, un uomo colpito dalla collera divina. E ancora inseguivo le vanità. Ero anche un fuggiasco, e per Johannes, un nemico. Perciò Johannes taceva e si dava arie insolenti. Aspettava che lasciassi quel luogo, che mi accorgessi per una buona volta che la mia presenza offendeva lui, gli alberi, le capanne, i morti.”

Tempo di uccidere, Ennio Flaiano

Quaranta giorni di gesti e di silenzi con Johannes consentono al tenente di abbandonare temporaneamente i suoi incubi paranoici. In un momento di particolare lucidità, non solo riesce ad immedesimarsi con la popolazione locale ma prova sufficiente empatia da comprendere che forse per lui (e il resto degli invasori italiani) sarebbe stato meglio andarsene. Queste considerazioni nascono come un’interpretazione del silenzio di Johannes da parte del tenente. Concetti simili vengono enunciati chiaramente da Giove in un dialogo con Oreste:

“Tu non sei in casa tua, intruso, tu sei nel mondo come la scheggia nella carne, come il cacciatore di frodo nel parco signoresco… le cose ti accusano con le loro voci pietrificate: il Bene è da per tutto, è il midollo del sambuco, la freschezza della sorgente … E il Male di cui sei fiero, di cui ti chiami autore, che cos’è se non un riflesso dell’essere, un sotterfugio, un’immagine ingannevole la cui stessa esistenza è sorretta dal Bene? Rientra in te stesso, Oreste. L’universo ti da torto. E tu sei un acaro nell’universo. Rientra nella natura, figlio snaturato: conosci la tua colpa, abborriscila, strappala da te come un dente cariato e fetido”.

Le mosche, Jean Paul Sartre

E tuttavia sembra che la possibilità di una completa “guarigione” sia preclusa sia a Oreste che al tenente. La malattia che affligge Oreste e il tenente è simbolica quanto la loro possibilità di guarigione, come chiarisce Flaiano nel suo scambio epistolare con il regista Jules Dassin: “il protagonista, alla fine, ha di nuovo il sospetto di non essere guarito. Forse non si tratta più di lebbra, si tratta di un male più sottile e invincibile ancora, quello che ci procuriamo quando l’esperienza ci porta cioè a scoprire quello che noi siamo veramente.”

Oreste sta per attraversare la riva, tra le grida della folla che lo accusano di essere un macellaio: rivolge agli abitanti di Argo un ultimo discorso in cui li invita ad ascoltare la storia di Sciro. “Un’estate Sciro fu infestata dai topi, era una lebbra orribile, rodevano tutto… Ma un giorno arrivò un suonatore di flauto. Si mise a suonare il flauto e tutti i topi andarono ad affollarsi intorno a lui…Poi si mise in cammino a passo lungo, gridando agli uomini di Sciro: “Scostatevi!”. E tutti i topi alzarono la testa esitando. E poi tutt’a un tratto si precipitarono dietro di lui. E il suonatore di flauto scomparve con i topi per sempre”.

Pronunciato questo discorso, Oreste lascia Argo inseguito dalle mosche. Allo stesso modo, il tenente in partenza per L’Italia non riesce a liberarsi del fastidio che gli procura un “fiato velenoso”, che inondava la valle rendendola “dolciastra, putrida di fiori lungamente marciti”. L’esperienza del tenente in Etiopia si conclude con quell’odore sgradevole, di cui non riesce a sottrarsi neanche camminando più velocemente: “Affrettai il passo, ma la scia di quel fetore mi precedeva”.

Le mosche che perseguitano Oreste assumono valore simbolico tanto quanto la lebbra di cui teme d’essersi ammalato il tenente. Flaiano nelle sue lettere con il regista Dassin su questo punto chiarisce ogni dubbio: “Non si tratta più di lebbra, si tratta di un male più sottile e invincibile ancora”. Nel Le Mosche è lo stesso Giove, un personaggio intradiegetico, a chiarirne il significato “le mosche sono un simbolo, sono il rimorso”. L’opera di Sartre, essendo un rifacimento di un mito, può solo alludere a un determinato contesto storico, e forse si interessa maggiormente delle dinamiche intersoggettive tra colonizzatore e colonizzato. Tempo di uccidere di Flaiano si riferisce alla specifica esperienza coloniale dell’Italia a cui anche l’autore ha preso parte in prima persona.  I delitti di cui si macchia il tenente nella finzione del romanzo si situano in una cornice più ampia ovvero i delitti commessi dall’Italia nell’esperienza coloniale.

Non di meno, la lettura del Le mosche di Sartre puo’ arricchire la comprensione globale di Tempo di uccidere. Inclusa la nota di accompagnamento al testo del Le mosche, che offre una possibile chiave di lettura per il finale di Tempo di uccidere: “Egli dovrà infine uccidere, caricarsi il proprio delitto sulle spalle e passare sull’altra riva. La libertà, infatti, non è un potere astratto di sorvolare la condizione umana: è il più assurdo ed inesorabile degli impegni”.


Tempo di uccidere-Adelphi

Le Mosche-Bompiani

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BIBLIOGRAFIA:
Angelucci, Gianfranco; Betti, Liliana, Il film Amarcord, Dal soggetto al film, Bologna, Cappelli Editore, 1974.
Artintian, Robert Willard, Foul winds in Argos, Sartre’s Les Mouches, in “Romance Notes”, 1972.
Benvenuti, Giuliana. Da Flaiano a Ghermandi: riscritture postcoloniali, in “Narrativa”, 33-34, 2012.
Flaiano, Ennio, Tempo di Uccidere  (1947), Rizzoli, 2008, a cura di Anna Longoni.
Mengozzi, Chiara, Lo sguardo e la colpa: “Tempo di uccidere” di Ennio Flaiano, in “Modern Language Notes”, 2016.
Sartre, Jean-Paul, Le mosche. Porta chiusa (1943) trad. di G. Lanza, Bompiani, 2013.
Young, Vernon, Many Questions, Many Idioms, in “The Sewanee Review”, 1951.