Critica di Poesia,  Letteratura,  Premi Letterari,  Premio Viareggio Rèpaci

Per una filosofia dell’attimo in Silvia Bre, “Le campane”

di Diego Ghisleni

Si può forse discutere delle Campane (Einaudi, 2022), confrontare gli stati d’animo suscitati dalla lettura, riassaporarli in solitudine, non di certo scrivere un commento critico; meglio, non si può farlo eludendo quella sensazione di disagio che nasce dalla consapevolezza di star tradendo uno dei tanti messaggi dell’opera. Il più recente lavoro di Silvia Bre non chiede di essere interpretato, anzi si direbbe pensato per un lettore ingenuo, che lo attraversi senza pretese di comprensione per lasciarsi abitare dalla poesia. Se l’appropriazione di qualcosa è possibile, infatti, per l’autrice sembra esserlo solo nell’esperienza dell’attimo: «Ma ora lo senti, che la diga sta per cedere / e qualcuno dovrà infilarsi intero / nel frammento, e essere / questa grande imminenza / maturata con tanta passione / perché lei rimanga.» (p.16). L’anelito interpretativo è dunque uno sforzo vano quanto il lavoro di chi legge con occhio attento e perlustratore, poiché si configura come uno slancio telicamente indirizzato, e pertanto travalicatore del momento di significato. Se non altro, chi lo ha compreso tornerà sull’opera per una seconda lettura, questa volta intraprendendola nel modo più appropriato a viverne l’esperienza estetica più autentica, quella dell’immediatezza.

Così molti testi di Bre si lasciano comprendere più per le sensazioni evocate che per il discorso costruito, disegnando ciononostante il profilo – non certamente univoco – di una filosofia coerente con il titolo dell’opera. Le campane sono «trame dell’insaputo» (p.51), il loro suono “devoto al vuoto” (ibidem) è annunciatore di una metafisica incognita, e pertanto ogni rintocco di bronzo conserva in sé l’energia di un canto autotelico, senza scadenze, intenso di vita a ogni rimbalzo. Fin dal primo esergo il cielo, totalità “umana troppo umana” e perciò malinconiosamente anelante a una forma, è consolato dalla musica delle campane, l’unica in grado di riempirlo: «Vuoto di mondo il cielo / de profundis clamat una forma. / Manda se stessa una campana / lo inonda di impermanenza / suona.».

Scevre di titoli, le poesie del nostro libro non si lasciano riferire o spiegare, poiché, rannicchiate nell’attimo, guardano con scetticismo alle verità escluse da esso, a qualsivoglia possibilità definitoria. Poiché prelude allo svolgimento di un progetto, ogni cominciamento o «bandolo» (p.12) è «sempre solo un gesto, l’atto più oscuro» (ibidem) e inutile, specie se memori del relativismo einsteiniano, per cui non esistono certezze assolute – o sono poche costanti. «La luce di qualche verità / qui è eclissi» (p.5), può al massimo rivelarsi per privazione, nell’errore della grammatica che muore ripetendosi, nella maglia rotta della rete di montaliana memoria.

«Per l’attimo in cui non han saputo / più chi erano / e hanno lasciato entrare in loro tutti» (p.20) è la dedica di una poesia che dipinge l’esatto momento dell’appropriazione: la riva, tale in relazione a una superficie d’acqua che la separa dall’opposta sponda, dunque ineluttabilmente correlata a un vuoto, una distanza, diventa «una fantasia, un fantasma» che si «rintana sul fondale» se «il mare / invade tutto il lago» (ibidem) e le terre emerse. Solo le parole possono «avvistare la scena» (ibidem), nessuna coscienza giudicante, poiché l’unico luogo di rottura della solitudine è nel frammento sottratto al flusso e alla percezione di sé come identità strutturanda nel tempo. È una «belva» (p.36) l’uomo che «esiste per sparire» (ibidem), che cioè progetta l’esistenza a partire dalla certezza della propria morte, distribuendo giudizi di valore in base a quella. Ma soprattutto è una belva l’uomo così com’è, cieco, per sempre escluso dalla verità.

Le campane, Silvia Bre, Einaudi
Copertina di Le campane (Einaudi, 2022), di Silvia Bre

Nella poesia di pagina 19, «La riva sta per tornare com’era prima / dell’esile momento in cui parlo […]»: è ancora nel tempo di un fiato che si rende possibile «un’intesa senza le persone», essere insieme tutto e niente, «rovinare» la frattura che divarica i cuori. La solitudine è una «tragica elezione» (p.18), una condanna consolabile solo da «Qualche sguardo fraterno […] / nell’oltranza di quando il prima è mai» (ibidem), ossia nel gesto, nell’evento che si misura in relazione al suo stesso sistema di riferimento. Del resto «il ritmo innato vaga prima / della vita» (p.6) e si conserva ancora intatto, a distanza di anni, fra le incisioni rupestri; l’uomo può scegliere di lasciarsi accogliere da esso, altrimenti illudendosi di riuscire a dominarne la musica.

Solo la parola «Ad avvistare la scena» (p.20), ma con ciò anche a definirla; l’attimo stampato consuma la sua essenza, si svuota: «chi ordinava in parole la tua fuga ora t’insegue / tra chiome d’acqua, precipita / nel corpo d’aria migrante dove il reale impazza» (p.41). La sola «preghiera» (p.42) dell’io è allora una richiesta d’indistinzione e silenzio («Restami in piedi figura, anche muta, / che io ti senta nel nome qualunque / di schiere infinite […]), poiché per comunicarsi all’alterità è necessario comprendere che anche il male di vivere «allaga senza sapere nulla» (ibidem).

Serve così conoscere tacendo, come sa il cane «dentro le mandorle sfacciate / languide: cosa è senza dirlo gli sta quieto nel sangue, / l’uno con l’altro salvi.» (p.47) – l’uomo si fa invece raggirare «dalla luce», che «eclissa nell’ignoto di una frase» (ibidem). Oppure trasmigrare, come fa la pellegrina di pagina 44, che «si straccia», incespica «nel dire» ed è dunque la sola vocata a varcare «liberamente» la soglia, quella «di qualche verità» (p.5) che l’io può solo «confondere» (p.47), ostinandosi a volerla distinguere.

La forma è un’intuizione, un definendo stagliato sullo sfondo, un’interruzione del flusso, il tradimento dell’attimo. Già nel Fedro di Platone le immagini, gli oggetti sensibili erano la tangibile cella di una verità inconclusa, una riproduzione imprecisa delle idee, imminenze astratte e irraggiungibili. Il platonismo sembra riecheggiare nella poesia di pagina 49 delle Campane, dove l’eccesso d’idea che sfugge alla cattura dello sguardo «affonda desolata», rimane viva e sparpagliata, inattingibile. Il resto viene intenzionato, cioè messo a fuoco e “pensato per”, relazionato e pertanto annichilito, falsificato: «non sei la verità mostruosa e ardente / ma luce d’ombra, midollo che danza fermo nei piedi. / Voleresti / non fosse per la calamita della voce» (ibidem). Ancora una volta, distinguendo la forma dal flusso, il sillabare strozza il momento di significato.

«Proviene l’animale» (p.52), si sposta per sfamarsi, ha cura di conservare la specie, «[…] Ma sotto il manto freddo della pelle / la notte, senza più abitudine, insorge da sé: / la parte altissima, antigravitazionale, inneggia / a quello che non è. […]» (ibidem). Così l’uomo e le cose animate e inanimate sono stabilimenti del nulla, la pelle la scorza a rivestire il vuoto che nell’attimo escluso dal tempo («Intanto, il tempo») preme per prorompere, ricongiungersi all’avanzo traboccato. La diagnosi di una malinconia, questa, che può guarire solo così, nell’idillio di cielo e terra, ossa e polvere di stelle. La forma è «il giuda da tradire» (p.46): solo il suono delle campane può «rovinarla in polvere» nell’istanza di un «adesso» inzuppato di libertà.

Le considerazioni elaborate fin qui non stranieranno affatto il lettore di Milo De Angelis, che già con il suo esordio poetico, Somiglianze (1976), sembra anticipare la Bre delle Campane – ma inaugurando anche una tendenza tematica della poesia dei nostri decenni – relativamente alla valorizzazione del singolo gesto come momento epifanico di vita intensa. Prendendo ad esempio La luce sulle tempie, i versi deangelisiani esaltano l’amore che esiste compiutamente solo nella «carezza // che dimentica e dedica», nel sorriso che «vive per esserci e non per avere ragione», nell’abbraccio che nasce «non domani, subito». Anche per il poeta milanese, è nell’attimo che può schiudersi il senso «di qualche verità» (p.5), dacché il disegno e l’interpretazione sono costruzioni di significato incompiuto e impreciso, lontano dall’esattezza dell’idea.

È importante accennare come anche il lessico di quest’ultimo lavoro di Silvia Bre sia pregnante in merito alla “filosofia del qui ed ora” di cui si è parlato, o “dell’ovunque-sempre” quando si sintonizza con il suono delle campane. Si riporta di seguito una serie di testi esemplari da questo punto di vista, con il grassetto di chi scrive a rilevarne alcuni dei termini più degni di nota.

*

È l’adesso è perenne
non si calma il suo tremito lungo
che gela il pensiero
tanto è nudo di pentimento
e senza un’orma
la sua costanza è ancora più fedele
del suo eterno fulmineo tradimento
le voci ardono in lui tutte presenti
è innamorato è tutto trasparente.

*

Ti ho visto poi ti ho intravisto
poi ti ho smarrito in me là fuori
adesso sono te
e continuo

«Vieni qui, ora, tu che ascolti,
c’è questo fenomeno nel mondo
uno che dice vieni a qualcuno
tra le ombre che li sfidano, e fortune
e rami che li dividono come rami,
brevi rumori in cui crollare
per un sonno fulminante di frazioni
e sottomisure di un gran tempo
un’intesa senza le persone.
Mi sono già sdraiata in questo antro a spiare la forbice
almeno un attimo prima del taglio
per incontrare tra le mille luci il dopo
che arriva senza lasciare fiato
mentre si ammira – vieni, ho solo te, sei tutto.
La riva sta per tornare com’era prima
dell’esile momento in cui parlo, sei tu che m’intrattieni
fino all’ultimo con questo discorso lungo –
ho seguito il suo filo per accostarmi
come un viso, un orecchio appoggiato contro il muro
con il cuore in tumulto con cui senti
il cuore di qualcuno. Che sia mio, o tuo
andiamo a rovinare la parvenza che li separa».

*

La parola è un impiglio, poi crolla
come ogni monumento
e l’incontro si scioglie
(nell’ingorgo dei suoni s’incaglia
un attimo di senso
e l’attimo nel suono pare eterno

smette quando
di colpo lo convince
la deriva del tempo lì attorno)

non esiste altro evento che questo

che la vita di ognuno apparsa
nella croce che la toglie.

*

Cimiteri di campane via dal mondo
fanno l’unione della terra all’erba, vegliano
sulla diaspora dei morti, trame dell’insaputo,
nessuna luna ha una febbre così fredda
di rimanere ferma nelle notti, devota al vuoto.
Ma un’aria protesa è un fulmine, il venire meno
al loro patto insegnando senza luogo la disfatta
e non è alta la nota della fine ma si immagina tremenda,
la sua ferita fino in cielo è non morire.

*

Una ronda pietosa vaga intorno
senza dare nessuna protezione, più sguarnita di te
perciò t’incanta.
Il colpo arriva nel chiuso dove spazia.
Tu lì la trafittura,
ferma al crocevia delle braccia
immàginati un gene che trasmuta.


Aratea Cultura

Le campane, Silvia Bre

Diego Ghisleni

Vicedirettore e redattore