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Pietra e ombra di Burhan Sönmez – Recensione Premio Strega Europeo 2023

Di Anna Maddaloni

"Pietra e ombra", Burhan Sönmez

Leggere “Pietra e ombra” di Burhan Sönmez significa immergersi in un viaggio senza tempo, scandito da vicende che ad una ad una si intrecciano tra loro per giungere alla storia di Avdo Usta, un intagliatore di lapidi la cui sorte è avvinta a quella di altre vite. Come è consueto nella scrittura di Sönmez, il romanzo si compone di diversi piani temporali, la cui narrazione complessa e incalzante consente non solo di familiarizzare con ciascun episodio del racconto, ma anche di addentrarsi nella cultura turca grazie a incursioni nei secoli passati. 

La scrittura dell’opera è densa e insieme limpida, ed è interessante sottolineare come la traduzione da una lingua uralo-altaica, sintetica, a una indoeuropea, in cui la costruzione delle proposizioni rispecchia tutt’altro tenore, sia estremamente difficile. Il traduttore di Sönmez, infatti, deve saper rendere il carattere evocativo della sua prosa: lo stesso autore ha affermato che, nei periodi di revisione dei romanzi, legge solo poesia, sperando che questo emerga anche nella traduzione.

L’autore ci invita a riflettere sul significato dei rapporti umani in un viaggio tra eventi storici e una realtà tramutata in epica, con il tocco poetico ed essenziale tipico della sua scrittura.

La trama

L’opera inizia con Avdo, il protagonista, che si chiede come costruire la lapide dell’Uomo dai Sette Nomi, figura che rappresenta la ricerca dell’identità umana e alla quale sono dedicati diversi capitoli nella parte finale del libro. L’intagliatore ha avuto modo di conoscere questo personaggio da bambino, quando viveva in strada sostentandosi grazie al canto, per poi venire avvicinato allo scalpellino Josef Usta, che lo avvia alla sua arte. Il maestro di Avdo, tuttavia, stabilisce delle condizioni per svolgere la mansione di scultore di lapidi: accettare offerte solo da chi potrà lasciargliene, non costruire case per gli altri e dividere i suoi averi con i senzatetto. E saranno questi valori, sulla base dei quali accrescerà le sue abilità, che porteranno l’Uomo dai Sette Nomi a chiedergli di costruire la sua lapide.

Ciò che spicca già dalle prime pagine del libro è che Avdo vive nel cimitero di Merkez Efendi, luogo dove, come si scoprirà poi, è stata seppellita la sua amata, Elif. Attraverso dei salti temporali il lettore viene accompagnato, un po’ alla volta, nel mosaico dei destini dei personaggi intorno ad Avdo e al suo cimitero. Troveremo il Marinaio Biondo, che Avdo definisce suo unico amico; Reyhan, figlia di Perihan Sultan, sorella di Elif; Baki, apprendista di Avdo; il Capo Cobra, poliziotto ottenebrato dalla violenza alla ricerca di Reyhan; nonché tanti altri personaggi che ricoprono una funzione di maggiore o minore rilievo nello svolgimento della storia centrale. La scelta di Avdo di vivere all’interno di un cimitero è dettata dal suo bisogno di stare vicino ad Elif, della quale ha scoperto la morte dopo aver scontato in prigione la pena per aver ucciso dei figli di Kara Ağa. 

Quando la giovane Reyhan, sua nipote, si presenta davanti alla sua porta in cerca di un rifugio nel quale nascondersi dalla polizia, Avdo la ospita, sia perché guidato da una sua personale idea di giustizia, sia per onorare le promesse fatte al maestro e il suo legame di parentela con lei. Una volta salva, Reyhan rivela ad Avdo di essere incinta a seguito delle violenze subite dai poliziotti, e lo scalpellino decide di accogliere la gestante come sua figlia, creando con lei un rapporto genitoriale.

Lo svolgimento della narrazione porta il lettore a tuffarsi in un luogo che il mondo occidentale conosce a spizzichi e bocconi, offrendo all’opera un ampio respiro culturale.

L’Uomo dai Sette Nomi

Conosciamo la storia dell’Uomo dai Sette Nomi grazie al suo diario, che egli fornisce ad Avdo affinché quest’ultimo lo legga e ne prenda ispirazione per la costruzione della sua lapide. Tale diario, che abbiamo modo di leggere solo negli ultimi capitoli del libro, è inizialmente redatto da un autore apparentemente diverso, cioè il sottotenente Adem Giritli, coinvolto tra le trincee di una guerra fratricida. Il soldato dedica il proprio diario alla compagna Miskal Durusu: tra le pagine le racconta delle vicende che hanno luogo durante la sua campagna ostile, dichiarandole il proprio amore e il bisogno di tornare da lei. 

Alla morte del sottotenente, il diario passa all’Uomo dai Sette Nomi, il quale, colpito nel corso di una deportazione e ritrovato in stato confusionale e senza memoria sulle sponde dell’Eufrate, viene convinto dai militari di essere uno di loro, ricevendo così un nuovo passato. L’Uomo dunque passa i successivi quarant’anni a errare tra Gerusalemme, Il Cairo, Creta, Atene, Roma, Istanbul, e in ogni luogo abbraccia nuovi nomi e nuove religioni. E’ qui che Sönmez affronta il tema della perdita di identità, il quale sfocia in un tema il cui eco riverbera in tutto il romanzo, ma senza mai essere del tutto afferrato. 

“La mia ombra ricade sulla pietra. Questo è un sogno, non esiste la pietra, non esisto io, esiste soltanto l’ombra.”1

Infatti, si potrebbe addirittura parlare di una trama circolare, dal momento che l’opera inizia con la riflessione di Avdo su come realizzare la lapide, e termina con lo scalpellino che prende la sua decisione, consentendo al lettore di comprenderne le motivazioni avendo letto il diario e conoscendo l’arcipelago di storie emerse nello svolgimento della storia. Il romanzo pone l’accento sul fatto che ciascuna vita raccontata si caratterizza per un scopo, un desiderio da perseguire, e così come Avdo diventa colui il cui fine è quello di venire sepolto accanto alla donna amata, ogni altro personaggio mira al coronamento di una ricerca, che è la fede nella relazione con la fine. La morte inizia a rappresentare un traguardo, con la cessione della propria anima ad un luogo, una persona, perdendo dunque l’accezione tragica e assumendo, al contrario, una valenza di discrezionalità, essendo decisa e non più capitata.

“Ormai lo sapevo anch’io, non esistono mare o terra, il solo luogo che esiste è accanto alla donna amata.”2

“Credo che il tempo conti solo quando si è separati; quando si è insieme non lo riconosciamo, noi ci conosciamo soltanto a vicenda.”3

E’ emblematica la decisione di Avdo di costruire la lapide utilizzando un marmo nero costellato di venature bianche in modo da rappresentare la notte, e intagliando al suo interno un buco, così da raffigurare invece il vuoto che è l’esito della ricerca dell’identità. Esso, infatti, non sarà mai a portata dell’uomo, ma sarà il frutto di un viaggio, di una vita, fatta di persone e sentimenti, fatta della scoperta di sé nell’umanità stessa.

“Il foro circolare che avrebbe realizzato al centro della lastra si sarebbe aperto come un pozzo infernale, si sarebbe ingrandito, avrebbe attratto gli sguardi curiosi. In quella tenebra senza fine si celava un’eternità destinata agli esseri umani. Coloro che si chiedevano se qualcuno fosse andato dall’altra parte e avesse mai fatto ritorno, avrebbero sospettato che forse quel qualcuno non era voluto tornare. Mentre i vivi non vogliono morire, forse nemmeno i morti desiderano risorgere. Se Dio esisteva, non c’era la morte; ma se Dio non c’era, allora la morte sarebbe rimasta l’unica realtà. Chissà, forse la risposta era nel ventre della morte? Il morto dai sette nomi adesso si trovava dall’altra parte e finalmente aveva trovato quel luogo cercato per tutta una vita. Chiunque avesse guardato la sua lapide se ne sarebbe convinto.”4

L’Uomo dai Sette Nomi desidera comprendere il proprio passato, ma scopre poi che non è il suo vissuto a determinare chi è, bensì le sue scelte. 

“Nessuno può scegliere dove nascere, ma si può scegliere dove morire.”5

Il linguaggio

Degno di nota è anche il linguaggio utilizzato all’interno del romanzo. La lettura dell’opera trova infatti la necessità di meditare sull’uso di termini del tutto estranei alla realtà occidentale. Basti pensare al termine Usta, più volte utilizzato in riferimento alla figura di Avdo e il cui significato è “Mastro”; oppure al termine Abla, titolo riservato a donne con le quali si ha familiarità; ancora, Bey, appellativo usato come forma di rispetto per uomini anziani o di mezza età. Il contatto se pur fugace con la lingua turca consente l’immersione in un mondo dalla cultura del tutto diversa, il cui fascino esotico destabilizza il lettore straniero, costringendolo a confrontarsi con una realtà irrimediabilmente altra.

L’essenzialità della scrittura di Sönmez, tuttavia, è aspetto necessario per il lettore estraneo, in quanto la storia si velocizza e si semplifica, rimanendo comunque dominata da una realtà lontana.

Perché candidato al Premio Strega Europeo 2023?

L’importanza dell’opera è soprattutto data dalla forza con la quale si ottiene il raffronto con la cultura ottomana, l’amore che costituisce il filo conduttore di tutta l’opera, la ricerca dell’identità che diventa lo scopo principe dell’uomo. Sönmez, mediante uno stile solenne ed evocativo, esalta la storia della Turchia, garantendo al lettore la possibilità di empatizzare con un mondo differente grazie alle descrizioni minuziose dei sentimenti e delle volontà dei personaggi. Questi, infatti, nel corso del romanzo, si ritrovano a combattere per i propri scopi, portando la ragione politica ad allinearsi a quella romantica, e mostrando i principi morali delle persone che hanno vissuto durante le fasi belliche della storia turca.

Il carosello di temi che scorrono nel romanzo, pur rimanendo il più delle volte inaffrontati, determina il pregio dell’opera, poiché non si tratta solo di una storia, ma diventa un punto di partenza per una riflessione poetica.


Note:

1 Burhan Sönmez, Pietra e ombra, traduzione a cura di Nicola Verderame, Milano, Nottetempo, 2022, [ed. digitale], pag. 181;

2 Ivi, pag. 256;

3 Ivi, pag. 315;

4 Ivi, pag. 22;

5 Ivi, pag. 19.

https://www.arateacultura.com/

https://www.minimaetmoralia.it/wp/libri/quando-tradizione-e-sinonimo-di-destino-pietra-e-ombra-di-burhan-sonmez/

Anna Maddaloni

Redattrice in Letteratura