Critica di Poesia,  Uncategorized

Quando tornerai sulla terra di Silvia Atzori: la poesia che deautomatizza la percezione del reale

Quando tornerai sulla terra (Arcipelago Itaca, 2024) è un libro in bilico tra discesa e ritorno, tra realtà terrestre e mondo ctonio, in un cortocircuito di esperienze reali e letterarie. Dalle stazioni alle vie dedaliche della metropoli, dall’ospedale alle case, ogni luogo, all’interno della geografia psichica della silloge, si presenta come spazio sospeso, trasfigurato da una prospettiva dinamica e violenta da cui l’intero poema muove: il primo testo, Notitia Criminis (I), è la cronaca di uno dei brutali eventi annoverabili tra quelle scene che sarebbero intollerabili, come scrive Atzori, “se la parola fosse / aderente ai concetti”. Eppure gli accurati dettagli quali la stoffa del vestito, il rivolo di sangue che esce dalla bocca, i denti ancora sani, l’orecchino destro “rimasto sulla terra” non sono che un pretesto che avvia il racconto, generando fin dall’incipit un senso di straniamento rispetto alle normali categorie di percezione e lettura del reale. Lo sguardo “quasi allucinato”, come lo definisce Atzori, deautomatizza così la realtà fattuale, anche a partire da circostanze puramente mentali, tra le quali la coazione a ripetere un evento traumatico, all’interno di un andamento marcatamente circolare dell’intera opera, o l’incontro con la figura mitica di Proserpina.

“Proserpina qui non la puoi trovare. Ad aprile / qualcuno l’ha vista indossare un prendisole / sotto l’impermeabile crudele”: sappiamo questo della dea fanciulla dell’aldilà, almeno in un primo momento, quando ancora siamo nella fase di Descensus (titolo della prima sezione). La regina del mondo infero abita infatti sia la dimensione della discesa sia quella del ritorno, tema cui si allude sin dal titolo del libro: costantemente in viaggio tra le due realtà, quella terrestre e quella ctonia, Proserpina assume il ruolo di guida, ma anche di chiave di lettura dell’opera stessa e di alter ego dell’autrice. Il suo status di creatura doppia e imprendibile la rende un personaggio sempre in sospeso sul proprio rovescio, anche sulla sua stessa sparizione. Se appare all’inizio come una presenza fantasmatica e, per sua stessa natura, senza colpa, sempre più in corso d’opera inizia a prendere voce, a intermittenza tra svelamento e nascondimento.

Capita a volte di pregare

Così forte da strappare le pareti, quando

hai smesso di contare

gli occhi alla catastrofe? Proserpina

per me e per gli altri-in-me che non sanno

quanto ancora va temuto

assolutamente va temuto

il cavo legno nero del domani.

Opera prima di Silvia Atzori, classe 1998, Quando tornerai sulla terra presenta un evidente andamento narrativo all’interno del quale i componimenti si articolano in quattro sezioni: Descensus, Prognosi, Il gioco della catastrofe e Due nomi. Un libro dalla struttura poematica che va letto come un racconto, all’intersezione tra coordinate spaziali e temporali che potremmo definire con la dizione di Michail Bachtin di ‘cronotopi’. Tutto ha inizio con un vero e proprio ‘descensus’, un attraversamento di luoghi infernali, simbolicamente resi attraverso le stazioni della metropolitana. Un viaggio che potrebbe essere racchiuso all’interno di un’unica giornata, tra il primo treno delle 5:45 e l’ultimo delle 18:52, narrato anche dalle sei fotografie di Elena Fornasieri a corredo dei testi.

Se la prima sezione, all’interno di un immaginario infero, sembra trarre maggiore spunto da esperienze biografiche del soggetto narrante, in una metropoli soffocante che invade i corpi e il loro spazio intimo, scopriamo ben presto che tutta la realtà, e con essa il dato esperienziale, viene filtrata e trasfigurata per indagare ferite e conflitti che vi soggiacciono. Il sostrato comune, dato dall’isotopia della plurivocità (resa anche attraverso espedienti grafici del verso) e dall’omogeneità stilistica, è reso formalmente dalla scissione dell’io secondo diversi punti di vista e, contenutisticamente, dalla trama mitologica incarnata da Proserpina e dal richiamo a passi della tradizione latina d’età augustea, in particolare virgiliani e ovidiani (come nel calco “è poco più / che un’ecfrasi del sé, l’ennesima / pelle da sacrificare”).

Giuseppe Nibali parla in prefazione di ‘sparagmòs’, riferendosi allo ‘smembramento’ del soggetto in più parti (“disgregarsi / era già l’unica strada”, scrive Atzori), che crea l’effetto di una vera e propria scomposizione: costantemente disseminato attraverso un uso pronominale diffuso che a volte usa l’io, altre il tu, altre ancora la terza persona, il soggetto risulta, al pari di Proserpina, sul limite della propria sparizione. Oltre alla dispersione dei pronomi, anche la polifonia di voci rimarca la prospettiva multipla dell’intera narrazione: la voce zero è quella lirica che attraversa l’intero libro, interrotta da corsivi che rimarcano la differenziazione incarnando voci esterne e distaccate che si fanno portavoce della realtà al di fuori in maniera impersonale. Nella terza sezione compare poi la voce di Proserpina, probabile alter ego dell’autrice e della figura stessa del poeta. “Non volevo che niente andasse sprecato”: una delle rare dichiarazioni di poetica che incontriamo nel libro, ripetuta come una sorta di ritornello, specchio dell’ossessione che guida all’oltraggio dello scrivere per non perdere traccia, per isolare dal reale un nucleo di parole da trarre in salvo. 

L’Altro dispensa significati ma io

non mi accontento a me non basta voglio

soprattutto che mi corrisponda che sia

in qualche modo d’accordo con me.

                                                                  Non volevo che niente

                                                                  andasse sprecato.

 

Si cerca salvezza, si tenta di lasciare segni, nel grande ‘gioco della catastrofe’, anche in mezzo alla violenza ineluttabilmente intrinseca nel mondo circostante. L’io, immerso negli urti di una realtà scarnificata, costantemente vittima di un vulnus e violato nel suo spazio personale, ne viene contaminato, come da un’infezione. Ogni sintomo diventa dunque, esso stesso, catastrofe in potenza, in una prospettiva ipocondriaca in cui le scelte linguistico-lessicali aderiscono al tema trasmettendo ancor più un’atmosfera d’imminente sciagura e la versificazione dinamica non teme di spezzare il verso trascinandolo a capo:

Il treno per B.: un solo

schermo alla violenza di novembre,

gli azzurri senza strazio sul binario

quindici. L’archetipo del lutto.

Cerchi nella borsa una scusa

ma è già dentro lo stomaco e lo sguardo

agonizzante dei neon fa l’aria rigida.

Il segnale disturbato promette

nuovi porti ma niente:

non si schiuderanno.

Ti prego ascolta i miei consigli: resta

ancora nel sogno congelato. Guarda

lontano dalla ferita.

Toccare è provocare l’infezione, ma nascondere:

per questo fabbrichiamo nei cappotti

il soffocamento del bozzolo

il terrore delle larve.

“Si sa che la colpa ha un’eccedenza / che non si sconta e non si può amputare / senza rischiare la setticemia”. La colpa innata e ancestrale, altro tema che percorre la silloge, è simboleggiata dal corpo dell’animale morto: “Il corpo dell’animale, un impasto / di tessuti e cemento ha radunato / le foglie come un velo funebre”. La vita è dunque altrove sulla terra, laddove ci sia possibilità di un ritorno dopo la discesa, anche correndo il rischio di non scrollarsi totalmente di dosso quella dimensione infera. D’altronde ‘l’inferno è questione di prospettiva’.

L’inferno è questione di prospettiva – mi pare

abbia detto anche più di una volta.

Devo averle dato ragione, alla fine

non posso biasimarla se per me

tutte queste cose non hanno sovrasensi:

non vedo le ossa rotte dentro i corpi, nessun

segnale da interpretare se fuori sulla strada

il lampione produce un ronzio. Solo

cerco ancora di diagnosticare

la presenza di una scheggia nel lobo occipitale.

A cura di Angela Anconetani Lioveri