Cinema,  Oscar

Ricordare è un atto politico: L’agente segreto, di Kleber Mendonça Filho

Di Francesco D’Ancona

Lo spettro del Generale

Un’automobile arriva in una stazione di servizio lungo una strada di campagna fuori Recife, nei giorni del Carnevale del 1977. La macchina da presa, dall’iniziale inquadratura in campo lunghissimo, si sposta verso il basso, fino ad arrivare al livello del suolo. A una decina di metri dalla pompa di benzina c’è un cadavere, ormai marcescente, coperto con un pezzo di cartone. Il viaggiatore che deve rifornirsi è Armando, il protagonista del film. Sconcertato, chiede lumi su cosa sia successo all’addetto, che tra il placido e il rassegnato gli risponde che il cadavere che vede è di un uomo che ha provato a rapinare la stazione pochi giorni prima e ha avuto evidentemente la peggio. La polizia, a detta sua, è troppo impegnata a gestire il Carnevale, che ha prodotto già 91 morti, per pensare a un omicidio di così scarsa rilevanza. Eppure, subito dopo, arrivano due agenti, i quali, tuttavia, non sono lì per il cadavere. La loro attenzione è piuttosto rivolta verso Armando, a cui ispezionano l’automobile e tentano di estorcere una “donazione alla cassa del carnevale della polizia” – ricavandone però solo una sigaretta. Dopodiché se ne vanno, lasciando ciò che resta del rapinatore in pasto ai cani, alle mosche e al caldo.

Nei primi cinque minuti de L’agente segreto c’è un microcosmo etereo, volatile, ma allo stesso tempo perfettamente rappresentativo del macrocosmo che si delineerà nel resto del film: un paese lasciato a sé stesso, un Carnevale festante e mortifero allo stesso tempo, una polizia di cui è impossibile fidarsi. In tutto il film aleggia la sensazione di non sentirsi mai al sicuro e sembra che ciò che vediamo sia pronto a esplodere da un momento all’altro in manifestazioni plastiche e grottesche.

Nella vicenda messa in atto da Kleber Mendonça Filho queste direttrici non vengono mai meno. Interpretato da un Wagner Moura come sempre di altissimo livello, e infatti candidato al premio Oscar come miglior attore, Armando è un ex professore e ricercatore universitario di Recife che si è macchiato della colpa peggiore possibile in un periodo come quello della dittatura del generale di estrema destra Ernesto Geisel: si è opposto a un potente. Il potente di cui parliamo è il presidente della società elettrica Eletrobras Henrique Ghirotti, che ha provato a chiudere in maniera fraudolenta il dipartimento di cui Armando era a capo perché in conflitto con i suoi affari. La sua resistenza non viene presa bene, e Ghirotti assolda due sicari per eliminarlo. Armando torna a Recife per ricongiungersi col figlio Fernando, ancora bambino, che vive con i nonni materni dopo la morte della madre Fatima, con cui Armando ha condiviso vita, lavoro e ideali, e qui viene ospitato in una in una comune gestita da Dona Sebastiana, ex anarco-comunista che accoglie e protegge rifugiati politici.

Caratterizzato da un’andatura centrifuga, una fotografia calda e una regia che si muove lenta tra le strade e le giornate di Recife, il film è pura costruzione di un totale fatto di micro-ingiustizie quotidiane in un paese che neanche si rende conto di essere libero, tra donne altoborghesi che ricevono trattamenti di favore e sopravvissuti all’Olocausto scambiati per ufficiali nazisti. L’incontro di Armando, costretto a usare il nome falso Marcelo, con gli altri rifugiati politici rende evidente la volontà di Mendonça di restituire «una storia collettiva» grazie alla voce di pochi e paradigmatici testimoni, come ha dichiarato lui stesso in un’intervista. Il fulcro de L’agente segreto non è tanto Armando, quanto piuttosto il fatto che le sue vicende sono anche quelle di altre centinaia di migliaia di brasiliani in quell’epoca fatta di violenze e sopraffazioni. Armando, infatti, così come tutti gli altri rifugiati, potrebbe chiamarsi in un altro modo, essere nato in un’altra città, aver svolto un lavoro diverso, eppure trovarsi nella stessa identica condizione, in quanto concretizzazione fisica ed emotiva degli effetti di un modus operandi politico sistemico e radicato.

In questo contesto, il generale Geisel aleggia sulla vicenda come uno spettro: egli è visibile solo nelle foto appese come santini nell’ufficio carte d’identità in cui Armando inizia a lavorare come copertura, e tuttavia è costantemente presente ed emanato in ogni accadimento e diventa il simbolo attraverso cui il regista restituisce una paura che non deriva tanto dalla crudeltà o dalla furbizia dei prepotenti, quanto dalla loro assoluta intoccabilità e impunità. I poliziotti, più che garanti dell’ordine, sono schegge impazzite dedite a occuparsi di losche faccende private e a fare da braccio armato dei ricchi. I media, d’altro canto, sono intenti a inventarsi qualsiasi cosa pur di distogliere l’attenzione dai veri problemi del paese e il loro ruolo è restituito attraverso una geniale incursione surreale, che va a fare da contraltare all’impegno politico della pellicola senza mai affievolirlo, e anzi rafforzandolo.

Ciò che resta dei rapporti di potere è perciò un desolante cane mangia cane, in cui gli anelli deboli della catena finiscono per eliminarsi tra loro e a subire il peso di pericoli e responsabilità – sia che si parli di vittime che di carnefici – è sempre chi si trova più in basso nella scala sociale. Le gerarchie di potere non solo non si rovesciano, ma nemmeno si mostrano, ed è questo a rendere L’agente segreto un centrato e spietato ritratto del Brasile degli anni ’70.

[SPOILER] L’omicidio di Armando diventa dunque solo uno dei tanti omicidi politici del regime: Mendonça sceglie di non metterlo neanche in scena, e basta una foto del suo cadavere sul giornale – che tradisce anche un evidente sensazionalismo estetizzante da parte della stampa, interessata ai fatti di sangue del paese non tanto per denunciarli, quanto piuttosto per mostrarne i macabri dettagli – per aggiungerlo alla lista e liquidarlo verso l’oblio.

Cinema, cultura, ricerca, memoria

È impossibile non percepire la travolgente anima politica del cinema di Mendonça, strumento di cultura e memoria al contempo. Tra il cinema, la cultura e la memoria, che il regista rivendica e propone come risposta all’oblio e alla violenza, c’è una strettissima correlazione, sia in termini di ideali che di messa in scena. È in un cinema che il piccolo Fernando vede per la prima volta il film Lo squalo, smettendo così di avere incubi ricorrenti sugli squali e smascherando metaforicamente sia la ferocia che la quotidiana ordinarietà del regime. Sempre al cinema Elza, leader della Resistenza politica che guida i rifugiati, registra su un nastro la storia di Armando, l’ennesima di ingiustizia e impunità ma anche di opposizione alle gerarchie e difesa della libertà. E infine nel cinema Mendonça ripone le speranze della cultura, la stessa che Armando, Fatima e gli altri membri del team riaffermano nell’università attraverso la ricerca: si tratta di un mezzo per opporsi ai potenti che vogliono un popolo ignorante, inconsapevole, sprovveduto e per questo più facile da sottomettere.

La memoria è inevitabilmente una diretta emanazione di tutto ciò. A rendere attuale e utile un film di denuncia è proprio l’operazione di recupero del ricordo e la perpetuazione storica di ciò che si porta alla luce: tanto più i valori rivendicati sembrano essere stati dimenticati, tanto più riportare alla memoria diviene un atto intrinsecamente politico. In un’intervista, Mendonça ha dichiarato di aver iniziato a scrivere il film durante la presidenza di Jair Bolsonaro, uno dei presidenti più criminali della storia non solo del Brasile, ma dell’intero pianeta, condannato nel 2025 a 27 anni di carcere per reati di inaudita gravità. Parlare del Brasile degli anni ’70 significa dunque parlare anche del Brasile attuale e di rapporti di potere che si ripropongono, mutati e adattati al periodo storico ma allo stesso tempo identici nella loro essenza politica e ideologica. La forbice tra assimilazione e rifiuto dei crimini avvenuti si è sbilanciata nettamente in favore del secondo fattore, ed è per questo che L’agente segreto è un film di cui c’è bisogno e che continuerà a essere indispensabile finché non ci troveremo di fronte a un cambiamento.

Prima dell’era di Google  

Oltre alla gravità dell’oblio, Mendonça mette anche in guardia dalla pericolosa seduzione che esso esercita. La cornice delle due studentesse intente a ricostruire la storia di Armando e le altre persone sembrerebbe per buona parte del film fine a sé stessa e di fatto sovrapponibile all’operazione del regista stesso. Tuttavia, è proprio una battuta di una di loro che porta a riflettere su come le vite delle persone su cui le due stanno indagando appartengano a un’epoca pre-Google, non rintracciabile online e quindi all’apparenza invisibile. Ci sono storie che sono accadute prima della nascita della Rete e, se nessuno si è assunto l’impegno di salvarle e tramandarle, il loro destino è quello di scomparire, giocando involontariamente a favore di chi ha tutto l’interesse a non farle venire alla luce. La tentazione di fermarsi, nella propria ricerca, di fronte a questo muro è forte, nell’ormai dilagante – e comprensibile – convinzione che ciò che non si trova su Internet non sia esistito, e il rischio è che l’inconsapevolezza investa anche chi quelle vite le ha osservate e vissute sulla propria pelle ma era troppo giovane per ricordarle, come il piccolo Fernando, ormai cresciuto e diventato un medico al tempo di Flavia e Dani.

Per evitare che ciò accada, occorre assumersi attivamente l’impegno politico e civile di andare oltre tutto, oltre l’oblio tecnologico, al di là dei sistemi politici reazionari e conservatori che basano sulla dimenticanza la loro sopravvivenza, e scavare laddove non sembra neanche esserci la terra, nei ritagli di giornale, nelle vecchie registrazioni: Mendonça questo l’ha capito, e ha scelto il cinema come mezzo per comunicarlo.


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