Scrittori e massa – terza parte

Se al tempo di Scrittori e popolo Asor Rosa irruppe in un dibattito intellettuale ancora vivace e agguerrito, con Scrittori e massa si assiste alla presa d’atto del tramonto del XX secolo e alla fine della centralità secolare di cui godeva la cultura europea continentale. La sua ultima grande lezione sta nella presa di coscienza dell’irreversibilità del cambiamento. Non sempre Asor Rosa è riuscito a evitare la retorica da operazione nostalgica, ma gli va sicuramente riconosciuto il merito di essersi messo in gioco: sarebbe stato più comodo ricoprire la posizione dei minoritari che non sono più capaci di sostenere il passo dei tempi. È da questa consapevolezza, dal bilancio finale della sua eredità intellettuale, che vale la pena interrogare ancora e ancora l’orizzonte del presente, questa volta senza avere più intenzione di smettere.
Un bilancio
L’essere usciti da un’esperienza che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare.1
A 10 anni di distanza dalla pubblicazione di Scrittori e massa tocca mettere in luce quei cambiamenti che nel 2015 suggerivano certi giudizi, ma che oggi non sono più validi. Il passaggio dagli anni ’10 ai ’20 del XXI secolo ha – volente o nolente – segnalato un risveglio dal torpore post-storicista che permeava la cultura occidentale. Dalla crisi dei subprime della Lehman Brothers nel 2008 si sono susseguiti la pandemia di SARS-CoV-2, lo scoppio definitivo della Guerra d’Ucraina e il genocidio palestinese a Gaza: giusto per citare 3 macroeventi della prima metà del nostro decennio che – a essere stretti – plasmeranno i prossimi 10, 15 o 20 anni. L’innalzamento graduale della tensione mondiale di crisi in crisi sta iniziando a produrre i suoi effetti anche nel microcosmo intellettuale. Un ambiente minacciato – come se questo non bastasse – da un altro tema caldo: vale a dire dall’impatto delle intelligenze artificiali generative sul lavoro subordinato, sulla cultura, sull’apprendimento e in senso ampio sulla quotidianità di ciascuno di noi.
A pensarci bene, la crisi finanziaria del 2008 – la più grave dalla Grande depressione del 1929 – è stato il primo vero campanello d’allarme di un ordine mondiale fondato su fragili presupposti: lo sa molto bene la Gen Z (l’insieme dei nati tra 1995 e 2010) che è cresciuta in quegli anni. Perciò si badi attentamente al ritorno di fiamma per la questione sociale, prima di tutto tra i giovani: spesso e volentieri la fascia più esposta alle oscillazioni del mercato. Nel trentennio volto al termine le disparità economiche sono cresciute in modo significativo. L’organizzazione indipendente Our World in Data – fonte accreditata dal Washington Post, dal New York Times e dall’Economist – tra il 1990 e il 2015 ha registrato un aumento da 36,7 a 40,8 del coefficiente dell’indice Gini2 medio ponderato.3 Detta in modo semplice, sebbene la disuguaglianza mondiale tra i singoli paesi sia diminuita – la World Bank riporta che l’indice Gini globale è sceso dai 70 punti del 1990 ai circa 62 nel 2019 –,4 la disparità economica all’interno delle stesse nazioni è aumentata: nei paesi OCSE complessivamente di 3 punti Gini, mentre nell’Africa subsahariana di circa 10.
Questa tendenza è confermata dal United Nations Department of Economic and Social Affairs secondo cui – ancora in piena pandemia (2020) – l’1% più ricco dell’umanità deteneva circa il 20,6% del reddito globale: lo stesso resoconto documenta che soltanto lo 0,1% di questa minoranza di ultra ricchi possedeva l’8,59% dei capitali complessivi mondiali.5
Il rapporto ricchezza-reddito globale è più che raddoppiato da circa il 300% nel 1950 a ben oltre il 600% nel 2025: segnale inequivocabile che la ricchezza privata è cresciuta più rapidamente del reddito. Perfino in un paese sviluppato del G7, come l’Italia – che gode di una forte redistribuzione attraverso il welfare – secondo un’indagine della Banca d’Italia la concentrazione della ricchezza patrimoniale è schizzata dal 44% del 1995 al 57% del 2022. Un fenomeno che si somma alla crescita economica praticamente nulla dello stesso intervallo temporale e alla drammatica inflessione dei salari reali, generando un aggravamento delle disuguaglianze.
In breve, nel mondo dell’arte e della cultura le scansioni generazionali sono quasi sempre prodotte dagli eventi esterni, e sono tanto più marcate quando gli eventi sono traumatici. Vale la pena chiedersi quali canoni nasceranno da un decennio tanto turbolento. Chissà quali forme prenderà la smania di raccontare in questo panorama tutto in divenire.
Che fare? Intersectionality
Piaccia o non piaccia, il pensiero intersezionale non è soltanto il taglio disciplinare più avvincente nel repertorio dell’intellettuale impegnato del nostro tempo, ma anche tra i più efficaci a disposizione. Se non è detto che sia questa la voce che darà forma alle narrazioni da qui ai prossimi tempi, così è stato in buona parte nell’ultimo decennio. Ma in che modo si lega con il tema delle disuguaglianze?
Con il neologismo intersectionality6 si fa riferimento al manifesto informale del femminismo di terza generazione scritto dalla giurista statunitense Kimberlé W. Crenshaw per il University of Chicago Legal Forum del 1989. A questa corrente – la cui madrina si rintraccia nella specialissima personalità di Angela Davis – apparteneva bell hooks: la rappresentante più amata del femminismo afro-americano. È questa la scuola di pensiero che tra anni ’90 e ’00 prese il sopravvento sul femminismo borghese e occidentalista che basa la sua lotta principalmente sui diritti civili della donna. Nella fattispecie, lo studio della Crenshaw approfondisce i legami impliciti tra le sfere della classe, della razza e del genere: gruppi di esperienza che non si escludono reciprocamente. Le categorie d’identità si fondono in un modo che rende impossibile ricondurre l’oppressione, il malessere sociale, a una sola di loro. Questa interconnessione ha ispirato le produzioni culturali e i movimenti di protesta più variegati, offrendo la possibilità di far convergere in modo inclusivo corpi sociali fino ad allora tradizionalmente distanti o marginalizzati.
L’attivismo, e di conseguenza le espressioni artistico-letterarie militanti partorite dalla galassia intersezionale prevedono 3 momenti fondamentali: la richiesta di visibilità (dei gruppi storicamente esclusi), la promozione dell’equità e il riconoscimento del privilegio (da parte di chi proviene da un retroterra sociale dialetticamente opposto). Quella «Woke» – categoria spesso usata come manganello ideologico nel dibattito tra reazionari e progressisti – è una cultura, al di là della demagogia, che è riuscita meritatamente a guadagnarsi l’egemonia in spazi accademici prestigiosi. Ha dato nuova linfa ai Gender Studies e ha trovato terreno fertile in discipline storico-sociali a orientamento post-coloniale, nonché nei Global Studies. L’intellettuale più in vista di questa scuola è Judith Butler – docente alla Columbia University – che, dalle tesi post-strutturaliste del secolo scorso, ha rivoluzionato e ampliato le prospettive della teoria queer, concentrandosi in modo particolare sul linguaggio come dispositivo performativo.
È il caso di dirlo, la cultura intersezionale è stata legata a fenomeni controversi e divisivi quali la Cancel culture e la Shame culture. Questa nuova sensibilità – maggioritaria negli ambienti intellettuali anglosassoni e negli spazi di militanza – deve la sua prima diffusione ai social network: il banco di prova in cui il movimento ha mosso i primi passi ed è cresciuto. La Cancel culture nasce come soluzione alla battaglia contro le discriminazioni in difesa delle minoranze, ma al tempo stesso si è rivelata un potente strumento di pressione mediatica e in alcuni casi di persecuzione pubblica, andando così a sollevare il tema democratico della libertà di espressione. Le maggiori critiche a questa strategia politica, infatti, riguardano il suo determinismo culturale, che collide con il principio di auto-determinazione, e la sua eccessiva rigidità formale – a dire il vero più legata all’etica protestante che alla giustizia sociale –, un’inflessibilità che si scontra inevitabilmente con la realtà delle cose umane: da sempre più basse, sboccate e viziose di quanto si possa desiderare.
Letteratura e rivoluzione intersezionale
Il silenzio degli intellettuali, in fin dei conti, non è il vero problema. Il problema è chi parla e chi resta in silenzio.7
Dai romanzi sull’America nera di James Baldwin e Toni Morrison o dagli studi post-coloniali di Frantz Fanon – fortunatamente – se n’è fatta di strada e le produzioni artistico-letterarie a orientamento intersezionale si sono moltiplicate e popolarizzate nel corso del XXI secolo. La proliferazione di questo nuovo canone è avvenuta maggiormente in quegli ambienti colti occidentali che hanno saputo accogliere le voci in fuga dal Sud globale. Questa classe emergente di intellettuali rivendica orgogliosamente le proprie radici etniche e culturali, ma ancora più importante è la forma con cui questi scrittori e scrittrici mettono in luce le cicatrici personali derivate – come è stato dimostrato – da un’oppressione sistemica stratificata.
Oggi gli USA restano ancora il più grande laboratorio sull’intersectionality, ma è auspicabile che con il passaggio a un ordine mondiale multipolare nuovi volti e nuove voci rubino la scena a partire da quella maggioranza di umanità troppo a lungo ignorata dal nostro sguardo.
Guardando all’Europa, probabilmente è il sistema letterario francese ad aver rielaborato con più originalità le istanze della cultura intersezionale. Uno degli autori che meglio incarna questa corrente in Europa è Édouard Louis: l’enfant prodige del romanzo francese contemporaneo.

In continuità con lo sguardo sociologico di Annie Ernaux, Louis stesso è – come direbbe la scrittrice Premio Nobel per la letteratura nel 2022 – un transfugo di classe. Qui a tué mon père – Chi ha ucciso mio padre (2018) è un duro pamphlet con cui il classe ’92 risale alla fonte del proprio malessere individuale. Provenendo da un contesto popolare e di provincia – che in Francia ha un certo peso specifico – Louis ha assistito al deterioramento costante delle condizioni di vita – e di salute – del padre operaio, ora disoccupato e in età avanzata, che ha bisogno di cure mediche irraggiungibili. Da qui nasce un’invettiva che non risparmia gli ultimi presidenti della Repubblica francese: Chirac, Sarkozy, Hollande e Macron, accusati di aver svenduto lo stato sociale ai privati.
Sullo stesso sfondo culturale si muove Storia della violenza (2016). Attraverso l’autofiction Louis confessa il doloroso episodio che lo ha visto vittima di un’aggressione sessuale. In questo caso la denuncia sociale si interseca al tema dell’omosessualità dello scrittore e alla questione razziale sollevata dal profilo del violentatore, dimostrando ancora una volta la trasversalità della violenza nel mondo contemporaneo. I propositi di questa ricerca artistica sono stati raccolti su Le Monde insieme all’amico sociologo Geoffroy de Lagasnerie nel 2015 e ripubblicati oltre oceano dal Los Angeles Review of Books con il titolo: Manifesto for an Intellectual and Political Counteroffensive.8
Eat the rich cinema
La storia si ripete sempre due volte: la prima volta in tragedia, la seconda in farsa.9
Ma la letteratura è davvero la disciplina migliore per elaborare le tensioni artistiche fin qui descritte? Difficile dirlo, in molti però credono che – per quanto dimostrato fino a oggi – questo ruolo spetti al cinema. È nel cinema che l’attenzione rinnovata verso i temi sociali si è manifestata in modo più completo e accattivante nel decennio dal 2015 al 2025. La corrente che gli dà voce è stata battezzata dal pubblico: Eat the rich cinema. Sia chiaro, non si pensi a un’avanguardia compatta, però è evidente come questa estetica precisa – partendo da Hollywood – abbia saputo conquistare tanto il cinema europeo quanto quello asiatico. I film di questo gruppo hanno in comune – con gradi di complessità e sensibilità diversi – l’aver riportato al centro delle proprie narrazioni la lotta di classe.
Chi avrebbe pensato alla caduta del muro di Berlino di trovarsi dopo 30 anni ad assistere al ritorno del materialismo storico nelle sale cinematografiche? Nessuno, infatti questo fenomeno è stato spesso scambiato per invidia sociale, alcune volte per cattivo gusto. Ma a pensarla in questi termini si finirebbe fuori strada: è un sentimento molto più profondo e diffuso, si tratta di odio di classe e non è un male riconoscerne il valore educativo.
Sì, non è un errore. L’Eat the rich cinema ha permesso al pubblico di massa di esorcizzare la rabbia sociale crescente – attraverso la spettacolarizzazione del riscatto da sfruttamento e ingiustizie – aiutando la comprensione delle cause di un fenomeno complesso. Questo processo ha reso possibile a milioni e milioni di persone di provenienze disparate di sintonizzarsi emotivamente, oltre che di interrogarsi sul proprio ruolo nella società. È dal rispecchiamento empatico, dall’immedesimazione nei protagonisti di questi racconti che è nata una nuova coscienza di classe. Eppure, questa corrente non ha nulla a che fare con il cinema impegnato o con una cultura politica precisa. E allora quali sono i tratti specifici dell’Eat the rich cinema? La lotta di classe è sempre stata una chiave di lettura per moltissime storie, ma in questi film è in primo piano: è il grande evento. Il nucleo dell’intreccio ruota tutto intorno alle condizioni materiali che causano le sventure e il logico desiderio di riscatto dei protagonisti di queste opere.
Esistono alcune varianti all’interno di questo grande insieme, che per comodità vengono qui raggruppate in 3 filoni divisi su base geografica.
Il filone americano è di sicuro la corrente più ampia e diversificata dell’Eat the rich cinema. A segnalarne il successo nel pubblico di massa è stato il pluri-premiato Get Out (2017) di Jordan Peele: un horror psicologico in cui i temi di classe e di razza dialogano ferocemente. Ma se si dovesse scegliere l’opera manifesto di questo sottogruppo, allora sarebbe il Joker (2019) di Todd Phillips. Qui appaiono chiaramente le specificità del genere nella sua declinazione hollywoodiana: la spettacolarizzazione della vendetta privata, la violenza derisoria e irriverente dell’eroe reietto contro i ricchi. La rivolta sociale non segna un miglioramento delle condizioni di vita generali, ma provoca caos e distruzione. L’illuminazione delle ragioni strutturali del malessere delle classi svantaggiate è però insufficiente.
Questo tema viene approfondito nella cinematografia sull’instabilità politica e sulla crisi identitaria nazionale degli USA: si pensi a Civil War (2024) di Alex Garland o a One Battle After Another (2025) di Paul Thomas Anderson. Per avere un termometro di quanto l’Eat the rich cinema sia arrivato in profondità nella filmografia d’intrattenimento americana, si guardi The Beekeeper (2024) di David Ayer. È un film d’azione in pieno stile Jason Statham – tutto cazzotti ed esplosioni – ma si presta benissimo all’analisi di questa estetica: un improbabile antieroe congedato dalle forze speciali risale la catena di responsabilità criminali di una maxi truffa finanziaria ai danni dei più deboli per vendicare la morte ingiusta della donna che in passato l’aveva salvato dal lastrico.
A ogni modo, il 2025 ha portato con sé Eddington di Ari Aster e Bugonia di Yorgos Lanthimos a far presagire un cambio di direzione per l’intero genere. Parrebbe che la parabola dell’Eat the rich cinema americano sia destinata a chiudersi con la narrazione della psicosi complottistica statunitense e a dare maggiore spazio alla vena irrealistica che – a onor del vero – fin dal principio ha abitato queste pellicole.

Il filone europeo è il più didascalico dell’intero genere. In questi film convivono satira spietata, gusto del grottesco e un forte simbolismo, avvolti da un’atmosfera generalmente più cupa e pessimistica rispetto agli omonimi americani. Sono quasi del tutto assenti i finali positivi e la catarsi della rabbia sociale avviene soltanto in modo parziale: sarà forse legato all’età media avanzata del vecchio continente? Di esempi se ne trovano in Spagna con As Bestas (2022) di Rodrigo Sorogoyen – che affronta il tema dell’immigrazione – e El Hoyo (2019) di Galder Gaztelu-Urrutia: un’allegoria folle e crudissima delle ingiustizie sociali del nostro tempo. Dalla Francia si veda il sorprendente Titane (2021) di Julia Ducournau e dal Regno Unito His House (2020) di Remi Weeles: un horror singolare su una coppia di migranti africani in un appartamento infestato della provincia inglese.
Ma è Ruben Östlund – il regista danese di Triangle of Sadness (2022) – che può essere considerato il vero maestro dell’Eat the rich cinema europeo. Palma d’oro a Cannes, il capolavoro di Östlund è un’opera intelligentissima e capace di intrattenere nel modo più triviale, combinando l’alto e il basso in un climax irresistibile di abusi e umiliazioni carnevalesche in cui i ruoli di oppresso e di oppressore si capovolgono fino all’ultima scena.
È così gentile… perché è ricca. I ricchi possono permettersi di essere gentili.10
Il filone asiatico ha avuto una traiettoria autonoma dai 2 sottogruppi precedenti. Questi film non conoscono necessariamente l’umiliazione satirica del potente, ma si concentrano con più attenzione sulla violenza strutturale dei personaggi reietti: è da qui che provengono le rappresentazioni più crude e alienate dell’intero genere. Un altro elemento distintivo è la sfumatura cartoonesca che assume la violenza in questi prodotti, a segnalare un legame di famigliarità con la tradizione del fumetto e dell’anime.
Il precursore di questo sottogruppo è Dream Home (2010) di Pang Ho-cheung: uno slasher inquietante sulla crisi immobiliare di Hong Kong. Nemmeno a dirlo è dalla Corea del Sud che sono arrivati alcuni dei grandi classici dell’Eat the rich cinema: Parasite (2019) di Bong Joon-ho in testa a tutti – tanto da aggiudicarsi ben 4 statuette agli Oscar – insieme alla serie Netflix di successo globale Squid Game (2021-25). Un altro titolo – anche se meno conosciuto – è Burning (2018) di Lee Chang-dong: ispirato a un racconto di Haruki Murakami. Shoplifters (2018) di Hirokazu Kore’da è un duro attacco alla rispettabilità di facciata della società giapponese, mentre A Land Imagined (2018) del giovanissimo Yeo Siew Hua è un noir di denuncia sulle condizioni deumanizzanti a cui sono sottoposti i lavoratori migranti di Singapore.
Andare alla radice delle cose
Ma in fondo qual è il problema della rappresentazione – anche violenta – del conflitto? Certo, deve essere fatto con intelligenza e vocazione, con responsabilità e, perché no, con amore. Su questo non sembra ci sia molto da discutere. Forse, dopo tutto, per fare buona letteratura – come per fare del buon cinema – all’altezza di questi tempi difficili, non ci vorrebbe altro che un po’ più di amore, o di conflitto, se si preferisce. Perché senza sarebbe impossibile approfondire, comprendere: andare alla radice delle cose.
E per essere – per così dire – radicali, è importante accettare – almeno nell’arte – la possibilità di lasciarsi turbare, l’eventualità di accogliere lo scandalo; in modo da mettersi in dubbio e magari, alla fine di tutto, scoprirsi un po’ più simili col diverso. La depoliticizzazione del discorso pubblico – e soprattutto di quello artistico-culturale – ha creato un grande senso di insofferenza, di patologizzazione verso il tema del conflitto. Ormai è comune confondere la polarizzazione politica per un male tossico, insopportabile, da qui la neutralizzazione dell’arte per renderla innocua: privandola della sua funzione collettiva. Ogni segno marcato in direzione dell’impegno – o dello scontro dialettico – è generalmente ritenuto troppo carico, molto più che in passato. Ma se c’è n’è ancora di quell’amore, allora lo si prenda per gridarlo fuori e mostrarlo al mondo avaro, stupito.
- I. Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno [1947], Einaudi, Torino 2012, p. VI. ↩︎
- Sviluppato dall’italiano Corrado Gini – da cui prende il nome – l’indice Gini è la misura statistica più utilizzata per stimare la disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza. ↩︎
- https://ourworldindata.org/income-inequality-since-1990?utm ↩︎
- https://blogs.worldbank.org/en/opendata/progress-and-setbacks-reducing-income-inequalities ↩︎
- https://www.developmentaid.org/news-stream/post/200014/global-wealth-database-shows-inequality-surge-since-1980 ↩︎
- K.W. Crenshaw, Demarginalizing the Intersection of Race and Sex. A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, University of Chicago Legal Forum 1989, Article 8, p. 139. ↩︎
- https://lareviewofbooks.org/article/manifesto-for-an-intellectual-and-political-counter-offensive/ ↩︎
- Ibidem. ↩︎
- K. Marx, Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte [1852], Editori Riuniti, Roma 2015, p. 137. ↩︎
- Bong Joon-ho, Parasite, CJ Entertainment, Seoul 2019. ↩︎
![]()
Potrebbe anche piacerti
“London Bridge is down”: Perché la morte della regina Elisabetta ci tocca cosi da vicino ?
Settembre 19, 2022
USA 2020: Per una storia della democrazia americana – Parte 2
Marzo 10, 2021