Sentimental Value: non sempre pesante vuol dire profondo
Raccontare il dolore non significa automaticamente raccontare qualcosa di profondo. Con Sentimental Value, Joachim Trier prova a costruire un grande dramma familiare fatto di silenzi, ricordi e ferite irrisolte. Il risultato è un film elegante e impeccabile dal punto di vista cinematografico, ma che nella sua ambizione emotiva rischia di trasformare la profondità in pesantezza.

Tra le nove candidature che la pellicola ha guadagnato agli Oscar 2026, spiccano senza dubbio quelle per il Miglior film e la Miglior regia, oltre alla nomination come Miglior attrice protagonista alle capacità attoriali semplicemente perfette di Renate Reinsve, che sembra nata per interpretare questo ruolo.
Gustav (interpretato da Stellan Skarsgård, candidato nella categoria Miglior attore non protagonista) è il motore della trama. Regista di professione, è padre di due sorelle, Nora (Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas). In occasione del funerale della loro madre tenta di ricostruire un rapporto con loro dopo anni di distanza, sperando che Nora accetti di interpretare il ruolo che ha scritto per il suo nuovo film, modellandolo proprio su di lei.
Sul piano tecnico il film è impeccabile: cinematograficamente elegante, scenicamente calibrato, è difficilmente criticabile nei suoi aspetti formali. Ciò che lascia l’amaro in bocca è ciò che sta oltre il cinema, che parla il linguaggio del senso e del significato più che quello delle forme estetiche, ed è qui che l’opera sembra incrinarsi, rischiando di perdere di spessore.
I punti di forza sono quindi evidenti: la regia è controllata, la fotografia è coerente, il ritmo lento ma mai casuale. Anche il passaggio continuo tra dialoghi e ricordi crea un tessuto narrativo complesso, difficile da costruire eppure mantenuto sempre chiaro e comprensibile. Persino i personaggi apparentemente marginali sostengono l’intera struttura e danno credibilità alla storia familiare. È il caso di Agnes, che pur intervenendo poco nelle scene si rivela fondamentale alla pienezza della storia.

Va quindi riconosciuta la bravura narrativa di Trier e la sua capacità di gestire con precisione gli equilibri emotivi, rendendo evidenti quelle dinamiche invisibili che attraversano la vita reale e la guidano dall’interno: il risentimento verso un padre assente che improvvisamente pretende affetto, la solidarietà silenziosa tra due sorelle che non sembrano parlare troppo ma si comprendono subito, e l’ombra di un evento estremo e doloroso che impregna le pareti della casa senza rivelarsi immediatamente.
Il film costruisce un’atmosfera avvolgente e riesce a suggerirla con grande precisone. Il problema è che questa coerenza finisce per trasformarsi in rigidità, in una stasi stasi che alimenta l’attesa di uno sviluppo che non arriva mai. I dialoghi, seppur ben scritti, finiscono spesso per spiegare ciò che lo spettatore ha già compreso, e la loro ripetizione appesantisce enormemente la visione, rendendo la lentezza del film sempre più faticosa.
Si percepisce l’ambizione del progetto narrativa, ma non il risultato. Dopo più di due ore di attesa, nella speranza che la storia conduca finalmente ad una svolta, il finale sembra non portare a nulla: appare facile e tautologico, non aggiunge nulla di veramente nuovo. Dal cinema si dovrebbe uscire sconvolti e cambiati. Un grande film è quello che segna un prima e un dopo nella visione dello spettatore e Sentimental Value purtroppo non riesce a farlo.
Cosa succede nel film? Niente. Nulla turba davvero, nulla infastidisce, ma tutto rimane sorprendentemente consolatorio. L’unica vera tensione che emerge nella seconda metà del film – unica fonte di coinvolgimento che attira lo spettatore – viene totalmente neutralizzata da un finale che sembra appiattire ogni possibile conflitto. È come se il film si affrettasse a rassicurare lo spettatore, quasi a dirgli: scusa, non temere, nulla andrà veramente storto.
Quindi può Sentimental Value essere il miglior film agli Oscar 2026?
No: la pesantezza non è garanzia di profondità. Non basta una storia triste e un’eccellente tecnica cinematografica per fare un grande film. Sentimental Value avrebbe avuto del potenziale se non avesse ceduto a una consolazione quasi infantile.
Insomma, uno strazio emotivo che rischia di trasformarsi in una tortura, da cui il film tenta di salvarsi solo all’ultimo, lasciando però lo spettatore indifferente. Una cosa però il film la suggerisce – e riesce persino a distaccarsi da una visione adolescenziale melodrammatica del dolore: a volte una risata o un silenzio sono più profondi e commoventi che mille parole pronunciate tra le lacrime.
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