Racconti,  Testi

Una notte di viaggio per arrivare alla luna

Un racconto di Ilyasse Habibi

Ucraina

«Soffri ancora Andrey?»

«Non lo so, Vlad»

Andrey e Vlad sono seduti in un bosco che profuma di rugiada, di muschio. Una nebbia fresca inumidisce il viso dei due ragazzi Ucraini; i loro tratti somatici sono quelli tipici dell’est Europa; vi si legge una bellezza innaturale, indescrivibile. Vlad è un gigante buono. Ha una barbetta bruna e gli occhi color nocciola – non le noccioline legnose e insignificanti, ma quelle che si trovano nei boschi a fine stagione autunnale, di un marrone morente, che sembra fango. E Vlad di fango ne sa qualcosa. Nelle ultime notti ha sognato in continuazione di essere fermo immobile su una soglia: l’entrata di un luogo che non si riesce a riconoscere. Da quando suo padre è morto è diventato silenzioso. E odia la vita. La sua vecchia vita, almeno. Oggi si sente al sicuro solo tra le sue stesse braccia, ma la notte – per l’appunto – deve far conto a una solitudine che lo divora.

Vlad si alza dal ceppo di legno su cui era seduto, raccoglie dei rametti e si accinge a buttarli nel falò attorno a cui lui e Andrey stanno seduti. Tra le mani ora ha un pezzo di legno Stelmužė, un albero centenario che sembra pieno di tentacoli e che di notte, quando è mosso dal vento, sembra parte di un incubo. Col calare della sera la brezza persiste, ma non c’è il mare. Non è una brezza salata che sa di vacanze, e no, non ha sapore di mare – al massimo è un fiume, il Nemunas, che scorre lì vicino e accoglie a sé, come una madre benigna la fauna selvatica.

«Sta’ attento» replica Andrey indicando i rami con un cenno «Sono gli ultimi che ci rimangono» Vlad risponde con un altro cenno che significa: “Scusa” e “Sono stanco”. Poi, impassibile, nel suo solito silenzio, si rifugia nella tenda.

Andrey resta a contemplare il legno lambito dalle scintille. È alto e robusto, il giovane, ha capelli rossi e due occhi freddi. Allunga le sue mani grassotte per scaldarsele. Non ha molto sonno, a dirla tutta quello è il suo momento preferito della giornata. Tira fuori dallo zaino, con molta delicatezza, un diario. Ha le pagine leggermente rovinate, la copertina è di un giallo ocra molto vivace con una scritta in cirillico che significa qualcosa come “rimedio” e “coscienza”. Lo apre e osserva i suoi ultimi appunti.

Oggi mi sono svegliato alle 7:00. Questa sorta di vacanza mi sta stancando. Forse avrei preferito rimanere a casa. Mi mancano certi momenti. Altri li vorrei cancellare. I miei occhi hanno visto troppo sangue. È da tanto che non mi prendo un momento per pensare, ma forse ho fatto bene a tenermi sempre occupato.

7:30. Ho svegliato quel fannullone di Vlad e abbiamo iniziato a preparare la colazione. Il menù offre: biscotti secchi e latte freddo – anzi, quasi una granita di latte. Ma non possiamo lamentarci: abbiamo deciso di fare questa scampagnata per “ritrovare il contatto con la natura”. Il contatto con la natura… Io, che sono nato e cresciuto in campagna? E’ lui che deve ritrovarlo, quel contatto. E neanche si sveglia la mattina.

Ore 13:00. Siamo belli che sudati. Abbiamo preparato della legna e l’abbiamo messa vicino al falò. Ora possiamo preparare il pranzo. Avrei voluto qualche sigaretta… mi sarebbe stata proprio utile della nicotina, ora, ma ho fatto una promessa.

Sono le 17:00. Dopo pranzo abbiamo deciso di fare una camminata di perlustrazione, giusto per sgranchirci le gambe e per stare a contatto con la natura. Di nuovo…

E a questo punto aggiunge qualcosa.

Sono le 23:00, Vlad è andato a dormire ed io sono qui che scrivo. Durante la camminata abbiamo trovato una fantastica cascata. Aveva qualcosa di magico, di simbolista. Mi ha ricordato quando studiavo storia dell’arte alle scuole medie, poco prima che accadesse quello che è accaduto.

Non ha molto da scrivere. Certo, se avesse più tempo e più energie potrebbe raccontare tutto. Tutto quello che è successo a lui e al suo paese, di come la fine del mondo sia arrivata prima del previsto, e di come avesse un aspetto diverso da quello che raccontano. Ma il sonno rende sempre più molle la presa intorno alla matita e Andrey deve accontentarsi di vederla lì, scritta in mezzo alle braci del falò, la propria vita.

E per prima ci vede sua madre, a prendere forma nel fuoco. Polina era una donna tenace, convinta dei propri ideali. Russa, aveva sposato un commerciante Ucraino dopo un incontro fatale, in un caffè. Ma proprio come Vlad, nemmeno Andrey ama ricordare suo padre. Dopo il matrimonio i due avevano deciso di aprire un mutuo e di creare in campagna un’azienda specializzata in produzione di latte vaccino. Fallì in poco tempo, ma Polina – che non era una che abbandona la barca facilmente – aveva riconvertito l’intera azienda in una produzione di formaggi erborinati. E questa volta aveva avuto successo.

Così Andrey era cresciuto in un paesino di campagna, tra le mucche, i cani, i gatti, le innumerevoli mosche e l’assenza quasi totale di tecnologia. Per noia, aveva iniziato a leggere, a partire dai fumetti di supereroi. Ovviamente si era appassionato all’eroe più super di tutti, un uomo che viene dallo spazio e cresce in una fattoria come la sua.

«Sono nato nello spazio» spiega Superman a sua mamma nei primi fumetti, ma lei non ci crede finché il bambino non inizia a volare. Non era una persona molto versatile, quella donna – ma bisogna davvero essere “versatili” per poter concepire che il proprio figlio adottivo arriva da un pianeta lontano con un nome che non si può decifrare da lettere e numeri della Terra e che è sceso tra noi perché ha ricevuto un messaggio creatosi nel cielo con una sequenza binaria di 0 e di 1?

E invece Superman avrà pensato, nella sua indecifrabile lingua marziana: “Non è una donna molto versatile. È aggrappata alla sua cultura e si ostina a seguire le proprie credenze anche se a volte quelle si rivoltano e le calpestano i piedi. Incredibile, no? Ostinarsi a seguire le tradizioni anche quando creano una contraddizione per l’anima. L’essere umano è veramente ambiguo e non lo capirò mai. Al massimo, forse, riuscirò a capire quanto è stupido. Intere civiltà che si combattono tra loro da sempre, stupidamente. E per cosa? Per dei dogmi? L’uomo non cambierà mai. Eppure, io combatterò per proteggere questo pianeta.”

Andrey adora storie di questo tipo. Non ha mai visto New York nemmeno in cartolina – in realtà non è mai uscito dalla sua zona di campagna, a malapena sa che cosa c’è oltre la siepe dei signori Warner, la famiglia ricca che abita al confine del borgo. Ma vive di curiosità. Impara la sopravvivenza giorno dopo giorno, e trova conforto nell’apprendimento. Passa molto tempo nella piccola biblioteca di paese vicino a casa, a leggere non più fumetti, ma tutti i romanzi che riesce a trovare. E quei libri aprono i suoi confini. Decide che, quando compirà 20 anni, supererà la siepe degli Warner e cambierà il mondo.

A 18, è già il capo scout dei “giovani fanciulli amanti della sopravvivenza all’aperto”, un titolo che suona molto meglio in ucraino. Il suo compito era quello di insegnare ai ragazzini ad allacciarsi le stringhe, a fare dei nodi di ogni tipo con le corde, e soprattutto che nella vita se vuoi qualcosa devi alzarti e sudare per ottenere dei risultati. Con loro esce a fare lunghe escursioni nei boschi sul confine russo: spiega come montare una tenda, come accendere un falò.

La sera prima del suo ventesimo compleanno, Andrey è già pronto a superare quella siepe, ma da qualche giorno l’aria è molto tesa. Alla radio dicono che c’è un politico straniero che rivendica il possesso dell’Ucraina. “Non scendo a compromessi” lo sente dichiarare “Oggi io dichiaro lo stato di attacco e mi aspetto che venga subito alzata bandiera bianca da parte di tutti. Non voglio spargimenti di sangue, ma se dovrò uccidere, lo farò.” Andrey è terrorizzato dall’idea di una guerra e in quelle parole vede avverarsi la profezia del suo supereroe preferito. Viene stabilito l’obbligo di leva militare dal mattino seguente, e Andrey sa che ciò che accadrà da lì in avanti sarà solo orrore per l’umanità.

Il giorno del suo compleanno decide di non fuggire. Il suo non è patriottismo, ma senso di protezione per i suoi genitori, per sua madre. Lei non è in condizioni di sopportare la guerra: sarà la comunità ad assolve il loro obbligo. Se tra le braci del falò Andrey potesse ricordare quel giorno, vi direbbe che un giorno più grigio non è mai esistito, e che la sofferenza negli occhi di Polina era tale che anche i muri l’avrebbero rincuorata e abbracciata, se solo non fossero stati ridotti in macerie.

«Figlio mio» aveva dichiarato con esasperazione la madre «Pregherò tutti i giorni per te».

Il viaggio di Andrey ha inizio nel campo di addestramento di Kiev. Il suo compagno di stanza è un esperto di arti marziali e ha uno sguardo fulminante. Si chiama Aleksey. Andrey invece è timido e un po’ impacciato per quel ruolo. Una città come Kiev non l’ha mai vista e oggi il suo dovere è proteggerla. Ancora è titubante sul concetto di patriottismo e ritiene l’unica cosa a cui riesce a pensare è sbirciare dalla siepe come il mondo sarà.

Aleksey rimarrà poco in camera con lui: è già pronto per la guerra, si definisce una macchina da combattimento ed è fiero di servire il suo paese. Verrà arruolato nel settore delle forze speciali e successivamente inviato nella missione di liberazione denominata “Operazione Notte Blu”.

Un totale fallimento: le armate confinanti hanno strumenti all’avanguardia, un numero di soldati che sembra non finire mai e spazzano via l’esercito ucraino. Il corpo di Aleksey viene riportato alla base dopo varie giornate di ricerca in cui vengono impiegati tutti i soldati della squadra. Al momento delle onoranze funebri, Andrey non è con gli altri ad assistere: si è chiuso in bagno e piange.

Mentre la banda suona, un pianto straziante sovrasta la melodia dell’inno: è Thomas Shefferland, il miglior amico di Aleksey. Di origine irlandese, capelli arancioni e occhi verdi, Shefferland è in Ucraina da 25 anni, ma non vi è nato: non riesce a comprendere come tanta gente possa morire per quel paese. Non riesce a comprendere come il suo migliore amico sia potuto morire per l’Ucraina. E di chi è la colpa? Di bisticci tra politici sopra un pezzo di terra?

Andrey, intanto, ha toccato il fondo. Capisce che questa catena d’odio non cesserà presto, che non cesserà mai, che l’uomo non cambierà mai. Perché sprecare la propria vita per qualcosa del genere? Se ne andrà il mattino seguente, decide, prima dell’inno delle 6.00. Ma all’alba una notizia lo fa sprofondare in un abisso ancora peggiore, come fosse incatenato ad un’ancora di dimensioni colossali, nel profondo dell’oceano: lo Stato nemico ha deciso di bombardare Kiev.

Per un attimo pensa di andarsene comunque. Fuggirà, tra la pioggia di bombardamenti, fino a mettersi in salvo, lasciandosi alle spalle i cadaveri dei propri compagni che non diserteranno. Poi ripensa al morto Aleksey, a Thomas Shefferland, ancora vivo, e capisce di non potersene andare, non ancora. Prima deve combattere per quella città, decide Andrey, anche se non la sente più sua, come Thomas, come Superman.

Viene inserito nel battaglione “Protocollo piccolo ragazzo”: una squadra di 5 giovani capitanati dallo stesso Thomas, che solo il giorno prima era in stato di shock e ora ha in mano le vite di altri suoi compagni. Il loro compito è quello di condurre nei bunker quanti più civili possibile. I bombardamenti si fanno più intensi, i soldati sudano come dei maratoneti che stanno per tagliare il traguardo, con una stanchezza disumana addosso.

Andrey sta aiutando un gruppo di civili, quando intravede un’auto, ferma poco lontano, che fatica ad accendersi con un rombo soffocato. Non è un’auto normale, ma un porta valori. Decide di andare a controllare chi è a bordo, per portarli tutti in salvo. C’è un uomo oltre il finestrino.

«Cosa state facendo?» domanda Andrey con tono autoritario, mascherando sotto la divisa tutta la sua insicurezza. L’uomo al volante, con atteggiamento spavaldo, replica: «Non sono affari tuoi». Andrey rimane attonito. Poi si intromette una voce femminile, flebile, sbucando da chissà quale nascondiglio nel retro del portavalori: «Per favore, lasciaci andare». Andrey non si muove: come mai queste persone rifiutano di essere aiutati? Ma l’uomo al volante, già nel panico di suo, interpreta la sua esitazione come una minaccia e scende dall’auto con fare minaccioso. È gigantesco. Ma Andrey è preso dall’adrenalina, indurisce il viso e si scaraventa su di lui, esasperato, per cercare immobilizzarlo, per trascinarlo di forza nei bunker, come un sacco di cemento. Ma quello gli sferra un gancio che sembra sbucare dal nulla e il giovane, che non ha mai preso nemmeno una sberla in vita sua, perde i sensi.

*

Si è fatto tardi. Le fiamme hanno consumato tutti i legnetti. È arrivato il momento di coricarsi nella tenda anche per Andrey. Non sono tende da grandi pretese, le loro. Eppure sono nuove, funzionali: le ha comprate Vlad, come sempre. È anche grazie ai suoi soldi se sono riusciti a sopravvivere per dieci anni. Ora l’ex capo boy-scout di campagna pensa al suo nuovo compagno di viaggio, Vlad, e si concede qualche altro minuto nel silenzio delle braci spente.

Era nato a Kiev, in una famiglia con una quantità incredibile di problemi, molti di più di quanti ne avesse Andrey nel suo paesino di campagna. Il padre era morto da molto e la madre si era fatta in quattro per sfamare i figli e farli studiare. Casa, per Vlad, non è solo Kiev: casa è mamma. E in questo Andrey aveva subito trovato un dolce legame con Vlad. Vlad fa parte della generazione che odia i conflitti, che odia gli stupidi problemi, e fa la sua parte quando la società gli chiede di farlo. Non è un cittadino modello, sia chiaro, perché nessuno è perfetto – l’uomo nasce per sbagliare – ma per lo meno è un cittadino giusto. Eppure, la società non è mai riuscita a piegarlo a tal punto da togliergli il desiderio di libertà, l’amore per la creatività e per la vita. Insomma, Vlad era sempre alla ricerca di ciò che stava oltre quella siepe, pur sapendo che non è possibile scavalcarla.

Così si era laureato a Kiev, in Scienze Bancarie, e aveva iniziato a lavorare come supervisore nei trasferimenti di denaro fisico da filiale a filiale. Si era sposato con una donna bellissima che però, proprio come suo padre, se ne era andata poco dopo la nascita della loro prima e unica figlia, Kateryna.

Quando la guerra era arrivata a Kiev, Vlad aveva capito che Kiev non era più casa. Decide di andarsene. Il suo obiettivo è la Lituania, una zona territoriale neutrale e tranquilla, per quanto ne sappia. Lì sogna di trovarsi una casetta in campagna e di dormire tra i boschi, qualche volta, in una tenda, con un amico che ancora non ha. Lui, nato e cresciuto in città. La mattina dei bombardamenti Vlad prende una borsa da palestra piena di banconote in euro – sono i suoi soldi, ma li ha converti in una valuta che potrà utilizzare anche all’estero. Decide di approfittare del caos per rubare una delle portavalori della banca, un gesto contro ogni sua etica morale.

Prima di uscire dalla città, però, un’esplosione tremendamente vicina lo costringe a sterzare e a fermarsi. Quando prova a ripartire, Vlad si accorge che la chiave è rimasta incastrata nel quadrante. Ed è preso dal panico. Un militare li nota e si avvicina. Inizia a fare domande. Vlad lo sfida. Il militare rimane impassibile. Vlad scende dal veicolo. Andrey scatta verso di lui. Vlad lo stende con un pugno. Poi, preso dal panico, si convince di aver commesso un crimine d’alto tradimento, aggredendo un militare. Senza una logica apparente, carica Andrey sul retro del furgone, accanto a Kateryna. Torna al volante. Sblocca la chiave. Parte.

*

«Soffri ancora Andrey?»

«Non lo so, Vlad.»

«Che effetto ti fa?»

«Che effetto mi fa cosa?»

«L’ultima estate in Lituania.»

«E a te?»

«A me fa un po’ di paura.»

«Paura di cosa? Prima che ricominci un’altra guerra farai in tempo a morire di vecchiaia.»

«Paura di tornare. Tornare e non trovare.»

«Il libro che ti ho prestato ti ha reso un po’ troppo malinconico, eh?»

«Era un bel libro. Raccontava qualcosa di… fin troppo familiare.»

«Vlad»

«Eh?»

«Anche io ho paura.»

«Di tornare e di non trovare?»

«No. Del contrario»

«Che?»

«Di tornare e di trovare tutto come prima. Il mio paesino di campagna, ricostruito. La siepe dei Warner, ricresciuta e incolta. I miei fumetti di quando ero ragazzo, nascosti in cantina. E poi, di là del confine, la stessa speranza spezzata. Lo stesso odio di allora.»


https://www.arateacultura.com/
https://it.wikipedia.org/wiki/Ucraina