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“Donnaregina” di Teresa Ciabatti – geometrie dell’estraneità nel racconto della mafia

Di Miriam Ballerini

Donnaregina
Copertina di “Donnaregina” (Mondadori 2025)

Come si ricostruisce il racconto di una vita altra? Qual è la giusta misura, la distanza necessaria, per restare senza perderci? E come fare quando ciò che raccontiamo è il quadro di una vita che percepiamo come totalmente lontana da noi, perché scoprila vicina ci terrorizza? Come si scrive di mafia?

Sono queste le domande che accompagnano l’io narrante dell’ultimo romanzo di Teresa Ciabatti, Donnaregina, finalista al premio Strega. 

Il libro indaga la vita di Giuseppe Misso, uno dei più importanti pentiti di mafia e, dunque, collaboratori di giustizia, attraversandone la biografia. Per farlo, parte da una posizione di distanza. Chi racconta si presenta fin dall’inizio come una figura che non possiede gli strumenti per decodificare i codici e le dinamiche del mondo mafioso. Appartiene infatti a un mondo altro e in quell’alterità si riconosce: nel racconto della vita di cantanti, attrici e adolescenti. 

Per comprendere la necessità di questa estraneità sul piano narrativo, però, è necessario procedere con ordine, provando a mettere in luce il modo in cui la voce narrante viene definendosi. Solo così sarà possibile evidenziare gli elementi costitutivi di una costruzione narrativa che non pretende mai di porsi al servizio del lettore ma, al contrario, si dipana testarda e orgogliosa, spiegandosi anzitutto a sé stessa. Chi legge è costretto a seguirne il passo serrato: quello della fatica e di un dolore che ci appartiene, perché nasce da un mondo che continuiamo a faticare a riconoscere come nostro.

Le geometrie nuove nella narrazione

La voce narrante parte da lontano e, nel farlo, sceglie già non chi essere (quello, forse, non riterrà mai possibile definirlo) ma cosa non essere. Nel misurarsi con ciò che non conosce, sceglie di non cucirsi addosso una modalità di racconto precostituita; al contrario, sceglie una posizione in dissonanza con la narrazione predominante del fenomeno mafioso. Sotto gli occhi del lettore, infatti, non si dipana una precisa mappa di sangue e di crimini. La tela del ragno – per usare l’espressione coniata dal professor Nando Dalla Chiesa per riferirsi alla realtà mafiosa – scompare; al suo posto rimane uno spazio vuoto, capace di allargare lo sguardo e di disegnare geometrie nuove. 

In queste geometrie il fenomeno mafioso non è più il parametro attraverso cui definire l’intera realtà, ma diventa ciò oltre cui provare a raccontare – almeno apparentemente – l’uomo. In altre parole: la scelta compiuta dalla voce narrante si misura nella volontà di allontanarsi dalla rigidità di una narrazione che si limiti a illustrare il fenomeno mafioso secondo i suoi schemi di criminalità e guerriglia. Quegli aspetti passano così in secondo piano e, nella deformazione prodotta da questo sguardo nuovo, la protagonista si illude di poter scoprire l’umanità di Misso. 

Per farlo, però, diventa necessario riempire uno spazio ora incredibilmente allargato da uno sguardo che non può più accontentarsi di una narrazione preformata e che, al contrario, ha bisogno di poter ridefinire la forma di ciò che racconta. Fondamentale ora, dunque, è recuperare ciò che per i più è un’inezia, ciò che altri scarterebbero: perché quanto viene lasciato ai margini dalla maggioranza conserva in sé la potenzialità di diventare tutto ciò che chi lo sceglie desidera. Così il racconto si costruisce attorno a episodi personali della vita di Misso, dai racconti di gioventù fino a quelli legati alle complesse dinamiche famigliari. Questi, nel loro poter divenire ogni cosa, si fanno cartina di tornasole di un racconto di vita altrui, usato per tracciare una mappa del sé, proprio mentre quella stessa vita vacilla. Non c’è però, all’interno del libro, una fragile e illusoria ricerca di stabilità; c’è piuttosto un continuo e ineluttabile presenziare davanti alla realtà con l’amara consapevolezza che se ne stanno perdendo i mezzi per interpretarla.

L’attraversamento dell’io narrante

Il lettore si ritrova così a procedere nella narrazione, attraversando e scalando i pensieri dell’io narrante. Di essi non viene proposta un’evidente reinterpretazione:  lo scopo non è semplificare, ma invitare chi legge a compiere il medesimo viaggio. Per comprendere come questo possa effettivamente avvenire, può essere utile il confronto con un’opera teatrale della drammaturga Lucy Kirkwood: L’Empireo. Lo spettacolo, ambientato nell’Inghilterra del Settecento, mette in scena il dramma di un gruppo di donne chiamate da un tribunale a giudicare se una ragazza sia realmente incinta. Infatti, poiché quest’ultima condannata a morte, soltanto una possibile gravidanza la salverebbe dalla forca: come previsto dalla legge inglese dell’epoca, la pena verrebbe commutata in esilio. È possibile richiamare questa tragedia come esempio perché in essa si compie un movimento simile, seppur diverso, da quello che attraversa il romanzo di Ciabatti. Anche qui, infatti, lo spettatore non si trova davanti a una scena costruita tramite l’azione concitata, ma attraverso le parole dei personaggi in scena, che restituiscono il movimento della narrazione senza che questo venga effettivamente compiuto sul palco. All’occhio si sostituisce l’orecchio, dunque, spingendo lo spettatore a immaginare la scena oltre il palcoscenico e a romperei confini imposti dal luogo fisico. Superare i confini della pagina è, in questo caso, una volontà che anima anche l’io narrante di Donnaregina,La vicinanza con l’opera di Kirkwood si definisce allora attraverso un analogo movimento di sostituzione, che tuttavia si differenzia perché interroga l’alterità. Se, infatti, nell’opera di Kirkwood il processo analizzato riguarda una dimensione sensoriale che continua a appartenere allo spettatore, nel romanzo di Ciabatti il dipanarsi del pensiero davanti al lettore spinge quest’ultimo, nel tentativo di comprenderlo, a far propria una dimensione cognitiva che non gli appartiene perché è di chi racconta. Così, come uscendo da teatro lo spettatore si chiederà se alcune cose sono state rappresentate o siano il frutto della propria visione, allo stesso modo il lettore si domanderà se parte di ciò che ha pensato gli appartenga o se si tratti, invece, di un pensiero accolto e temporaneamente fatto proprio attraverso la voce narrante. È dunque qui, nell’attraversamento di una coscienza estranea che modifica i confini della propria, che si realizza quella possibilità di compiere il medesimo viaggio percorso dalla voce narrante e, prima ancora, dalla scrittrice.

Chi scrive?

Non è possibile supporre una piena e totale coincidenza tra chi racconta e chi scrive, eppure la figura della scrittrice emerge e si sovrappone alla voce narrante. Lo vediamo nell’amica, M., malata di cancro, così vicina a Michela Murgia, e nella figlia che si chiama Camilla ma che, dichiara chi racconta, avrebbe dovuto chiamarsi Agata come la figlia della scrittrice. Si costruisce così un gioco di vicinanze e lontananze. Ciabatti, infatti, da una parte sembra avvicinarsi non solo alla voce narrante, ma anche al lettore stesso. L’atto che ha reso possibile la costituzione del romanzo consiste, infatti, nelle  interviste che l’autrice ha realizzato con il boss. Alla luce di questa consapevolezza, appare naturale provare a ipotizzare che lo spostamento cognitivo richiesto al lettore sia stato richiesto, prima ancora, a Ciabatti: anch’essa, come l’io narrante, estranea al mondo mafioso nel momento in cui raccoglieva le risposte del boss. 

In questa prospettiva, la distanza diviene allora imprescindibile: serve a non occupare interamente lo spazio del racconto e a permettere al lettore di rimanere nel processo cognitivo imposto dalla narrazione. È anche da qui che può emergere una risposta comune a una delle domande iniziali: come si scrive di mafia?. Nella difficoltà della narrazione, che diventa difficoltà di chi legge, Ciabatti prova a suggerire una direzione. Parlare di mafia non appare più possibile, oggi, se non attraverso il confronto con quella dimensione umana che appartiene a tutti. Una dimensione che consente anche di non concludere, di sostare nella complessità di una vita della quale a volte perdiamo le coordinate e che continua ad apparirci lontana: come il fenomeno mafioso, che spesso non sappiamo ancora come raccontare.


https://www.arateacultura.com

https://it.wikipedia.org/wiki/Teresa_Ciabatti

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Miriam Ballerini

Redattrice in Storia e Società

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